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Sperimentazione plasma, De Donno illustra i risultati: “La cura negativizza il 90% dei tamponi”

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Roma, 24 giu – Torna a parlare Giuseppe De Donno, il direttore di Pneumologia e dell’Unità di terapia intensiva respiratoria dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, pioniere della tanto discussa terapia al plasma iperimmune nella lotta al coronavirus. De Donno è stato sentito in audizione in commissione Affari sociali della Camera, proprio in merito alla sperimentazione avviata ed attualmente ancora in atto per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19. E le notizie che ha recato con sé sono confortanti: «Il protocollo attuato da Mantova insieme a Pavia ha preso in considerazione l’utilizzo di plasma da paziente convalescente per il trattamento dei pazienti affetti da gravi forme di coronavirus». I numeri parlano chiaro: «Nel 90% dei pazienti arruolati, circa una cinquantina, si è ottenuta la negativizzazione del tampone e una riduzione del tempo di ricovero di circa 5 giorni, con una precoce sospensione dalla ventilazione meccanica e dall’ossigeno terapia. Inoltre si è ottenuta una significativa riduzione della mortalità di circa l’11%».

Il professore ha rassicurato la commissione sulla sicurezza della terapia: «è un plasma sicuro. Noi non abbiamo mai osservato eventi avversi né effetti collaterali, salvo in un caso una minima orticaria. E’ merito di chi governa il mondo della donazione, la nostra linea di donatori dalla donazione in sé fino alla produzione di emoderivati è quanto di più sicuro ci possa essere», spiega. Grande importanza viene ricoperta dalla cooperazione tra le Asl lombarde ed emiliane: «In Regione Lombardia abbiamo lavorato con il protocollo Mantova-Pavia cercando di dare l’opportunità ai centri che hanno bisogno di attingere plasma dalla nostra riserva. In queste ultime settimane abbiamo ceduto volentieri decine di sacche di plasma ai colleghi di Milano e di alcune zone dell’Emilia Romagna. Questo protocollo è nato in guerra, ha una potenza non altissima, 50 pazienti, ma ha dato il là ad altri studi sul plasma del paziente convalescente; è il primo protocollo registrato nel mondo occidentale», ha aggiunto con orgoglio.

Infine, due parole sul futuro delle sacche di plasma accumulate in questo periodo: «Abbiamo finito un incontro con il Centro regionale sangue per decidere cosa fare del plasma dei pazienti convalescenti che abbiamo accumulato tra Mantova e Pavia, oltre 300 sacche di plasma – avverte De Donno – Abbiamo deciso di tenercelo e non avviarlo in questo momento all’industria farmaceutica per essere pronti affinché questo plasma possa essere utilizzato in caso di nuove pandemie. Questo non vuol dire che in altre parte di regione si avvii una collaborazione della farmaceutica ma quella richiede più mesi e se avremo una seconda ondata a settembre, ottobre, novembre dobbiamo essere pronti e avere a disposizione il plasma».

Cristina Gauri

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