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Scandalo Wirecard: ecco perché la lotta al contante è inutile (e pericolosa)

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Roma, 29 giu – Centinaia di migliaia di titolari di carte letteralmente congelati, nel giro di una manciata di giorni. I loro conti ci sono, ma per il momento non possono attingere a quanto sarebbe – in teoria – nelle loro disponibilità. Solo in italia si parla di 325mila clienti SisalPay (che si appoggiava alla tedesca Wirecard), ma il totale a livello mondiale potrebbe benissimo diventare presto superare i sei zeri.

Il colosso tedesco – Wirecard era quotata al Dax30, l’indice dei 30 titoli a maggiore capitalizzazione della borsa di Francoforte: nel 2018 aveva preso il posto di Commerzbank, non proprio una piccola impresa – è crollato, pochi giorni fa, sulla scorta di una voragine (letteralmente: non si trovano 1,9 miliardi che forse non sono mai esistiti) emersa dopo che la società di revisione Ernst & Young si era rifiutata di certificare il bilancio. Un duro colpo alla credibilità tedesca, ma non solo: ad uscirne con le ossa rotte è anche la crociata che punta ad eliminare il denaro contante dalla nostra vita.

Tecnologia inaffidabile

Il primo punto all’ordine del giorno è di natura tecnologica. Con il caro vecchio contante effettuare un pagamento è sempre possibile: banconote e monete sono accettate a vista, senza bisogno di ulteriori controprove (un pin) o di avere l’accesso ad una linea stabile, che per tutta una serie di innumerevoli (ed ineliminabili) motivi può anche incepparsi. Per non dire saltare del tutto: i titoli di carta SisalPay quasi sicuramente non perderanno le proprie somme, ma non potranno utilizzarle per un tempo ancora indeterminato.

Senza considerare, poi, i rischi di natura “politica” connaturati al denaro elettronico. Celebre il caso di Wikileaks, i cui conti, carte di credito e account virtuali nel 2010 vennero bloccati senza alcun motivo, se non quello di aver iniziato la diffusione dei cablogrammi della diplomazia statunitense. Non più tardi del maggio dell’anno scorso, poi, una Ong chiese a Mastercard di impedire il finanziamento – di cui la società era solo un veicolo, tramite i suoi servizi – di movimenti non allineati al pensiero unico liberal.

Il contante non ha nulla a che fare con l’evasione

Al di là delle fallacie tecnologiche, c’è un altro ragionamento sotteso alla volontà politica di restringere le maglie all’uso del contante. E’ quella dell’evasione fiscale, che viene sempre e solo, immancabilmente, collegata all’uso degli antiquati “pezzi di carta”. Ma è proprio così?

Certo, per uno scontrino non battuto c’è qualche moneta che passa di mano, così come i pezzi da 20 euro scivolano agevolmente nelle tasche del parrucchiere che lavora a domicilio. Eppure non esiste alcuna evidenza che dimostri come l’abbassamento delle soglie d’uso del contante possa aiutare a restituire il “maltolto”. Lo spiegava, brevemente ma con estrema chiarezza, non un sovversivo ma l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan:

Persino la Bce si è sempre professata scettica, esprimendo consistenti dubbi sulla possibilità che imporre dei tetti potesse risultare efficace allo scopo.

A guardare poi gli ultimi, celebri casi scoperti – da Apple a Google, passando per Amazon e Kering – scopriamo che in queste frodi miliardarie ai danni del fisco non c’è stato un passaggio di contante, non si è materializzata nemmeno una banconota. Bisognerebbe semmai guardare ai paradisi fiscali in seno all’Ue e coccolati da Bruxelles (i quali da un lato ci sottraggono base imponibile, dall’altro ci fanno la morale) che “costano” al nostro fisco la bellezza di 5,5 miliardi l’anno di mancate entrate. Hai voglia ad inseguire l’idraulico che non rilascia fattura.

Filippo Burla

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