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Kvyat, pilota russo di F1: “Io mi inginocchio solo per Dio, patria e bandiera”

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Roma, 10 lug – “In ginocchio? Solo per Dio, bandiera e patria”. E’ quanto dichiarato da Daniil Kvyat, pilota russo di Formula 1, all’emittente russa 1Tv. “Quando hanno suggerito di inginocchiarsi come gesto di lotta contro il razzismo, per me è stato incomprensibile”, ha spiegato il pilota dell’Alpha Tauri. “Questo gesto va contro la mia mentalità russa, dove una persona si inginocchia per la patria, per la bandiera, per Dio”. Cristallino. Inginocchiarsi è d’altronde un gesto forte, impegnativo, dall’alto significato anche spirituale che adesso invece viene stracciato dal vezzo politicamente corretto. Sentirsi obbligati a compierlo per seguire la scia Black lives matter è di un conformismo imbarazzante, soprattutto per chi come Kvyat non ci sta a farsi manovrare.

Un uomo in piedi

Inutile dire che le parole del pilota russo non sono affatto piaciute a chi al contrario non sopporta che venga messo in discussione il pensiero unico. Per lorsignori tutti dovrebbero allinearsi senza obiettare. E invece Kvyat, se vogliamo più di Leclerc, ha rimarcato così il suo niet. Lui sul palcoscenico del teatrino mediatico, probabilmente effimero come quasi sempre in questi casi, ha deciso di non salirci. E questo, nonostante la prevedibile ridda di polemiche che le sue affermazioni avrebbero scatenato, ha deciso di evitarlo motivandolo senza mezzi termini.

Allo stesso tempo, checché ne dicano i probi buonisti in preda all’indignazione a orologeria, il pilota russo non può certo essere tacciato di razzismo per non essersi piegato ai diktat conformisti. Come spiegato da lui stesso: “Abbiamo mostrato la nostra posizione indossando una maglietta con la scritta ‘End racism’ prima della gara”. Ma non dovrebbe neppure esserci il bisogno di spiegarlo, perché è dalla consapevolezza di ciò che si è che passa il rispetto per gli altri. Non facendo tabula rasa della propria storia e della propria identità. Ecco, è semmai in quel caso che si generano mostri “intolleranti”, incapaci di avere punti di riferimento spirituali e quindi in preda a una tarantolata iconoclastia.

Eugenio Palazzini

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