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Fondo sovrano italiano: fuori dalla crisi con le nostre gambe

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Roma, 12 lug – È in arrivo un fondo sovrano italiano? Questo forse è ancora presto per dirlo, ma pare che in Parlamento si stiano muovendo i primi passi in questa direzione. Lo scorso mese il presidente della Commissione di vigilanza su Cassa Depositi e Prestiti, Sestino Giacomoni (Fi) è riuscito a far approvare un emendamento al Dl Rilancio che apre le porte ad un fondo sovrano nazionale. Andiamo con ordine.

Cos’è un fondo sovrano e come funzionerà in Italia?

Partiamo dalle definizioni. Un fondo sovrano è solitamente di proprietà di uno Stato, ed è composto da varie tipologie di strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, beni patrimoniali). È un lusso che poche nazioni possono permettersi. Ad esempio i Paesi che dispongono di forti riserve valutarie accumulate grazie a disponibilità di petrolio (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) o risorse energetiche, materie prime (Norvegia, anche ricca di petrolio).

Ora pare che anche l’Italia cerchi il suo posto al sole. Ed è normale che qualcuno abbia tirato fuori quest’argomento: quando il mercato fallisce tutti cominciano ad auspicare un intervento pubblico per uscire dalla crisi. Tornando al sopracitato emendamento, il senatore forzista ha compreso che il petrolio degli italiani è il risparmio. L’obiettivo è semplice: unire la liquidità della Cassa Depositi e Prestiti con i risparmi dei cittadini.

Insomma, si tratta di invogliare chi parcheggia per anni i propri soldi sul conto corrente ad investire per sostenere l’economia reale. E se il correntista dovesse mostrarsi scettico magari lo si può invogliare con interessanti agevolazioni fiscali. Questo bel gruzzolo, come precisato dal presidente della commissione vigilanza, “sarà gestito dalla Cdp Prestiti S.p.A. assicurando il massimo coinvolgimento anche delle società di gestione del risparmio italiane per evitare ogni possibile effetto di spiazzamento del settore private capital”. Ovviamente questa iniziativa non piace proprio a tutti. Per alcuni osservatori l’Italia è una nazione priva di materie prime e uno strumento come questo possono permetterselo solo gli arabi o meglio i norvegesi. Ma siamo sicuri che le cose siano così? Per rispondere, vediamo come opera il fondo sovrano scandinavo.

Funziona solo il modello norvegese?

Il fondo norvegese è stato creato nel 1996 e, sotto la gestione della locale banca centrale (Norges Bank), è diventato il principale veicolo di investimento sovrano al mondo. Nel 2019 esso ha messo a segno un nuovo record storico portando a casa un utile da quasi 180 miliardi di dollari e vantando il 70,8% della propria esposizione sull’azionario. C’è da dire che la pandemia si è fatta sentire anche a Oslo: gli scandinavi hanno perso circa 125 miliardi da gennaio a fine marzo. Detto questo, i norvegesi negli anni hanno creato una formidabile arma da guerra investendo i cospicui introiti frutto dello sfruttamento delle materie prime.

Il Norges Bank Investment Management (Nbim) investe il 65,1% del capitale in azioni e una parte consistente di questi soldi finiscono negli Stati Uniti. Più precisamente nelle grandi aziende della Silicon Valley: non c’è nome noto della tecnologia in cui il fondo non abbia un robusto investimento. Una grande mole di liquidità che non è solo destinata allo Stato sociale ma diventa uno strumento per aumentare il peso politico della nazione scandinava. Se facciamo un paragone con il nostro nascente fondo sovrano è chiaro che ne usciamo con le ossa rotte. Il motivo di quest’asimmetria non è soltanto legato ai limiti della nostra classe dirigente ma anche alle dismissioni delle partecipazioni pubbliche avvenute nei primi anni novanta. Si sono salvate in parte solo Eni Enel e qualche altra partecipata. Per il resto l’unico strumento che può essere equiparato ad una banca pubblica è la Cdp.

Basta chiedere aiuti all’Ue

Oggi, dunque, si sta riscoprendo l’importanza dell’intervento pubblico in un’economia di mercato. Certo stupisce che chi si beffava dei nostri panettoni di stato oggi rimpiange l’Iri e sogna un fondo sovrano in mano al Tesoro. Ma qualcosa rischia di compromettere questo progetto. A detta di molti, infatti, è impossibile cambiare rotta a causa della nostra adesione ai trattati su cui si fonda l’Ue: gli aiuti di stato sono vietati. È palese che si tratta di una scusa.

I francesi e i tedeschi non si fanno scrupoli a finanziare le loro imprese in difficoltà. Facciamo solo due esempi che riguardano i nostri vicini d’Oltralpe. Il primo riguarda l’Agence des participations de l’État.  Nel 2004 Parigi creava questa agenzia per finanziare i grandi gruppi in crisi violando scientemente e giustamente le regole castranti dell’Ue sugli aiuti di stato. Ed è notizia di questi giorni che l’Eliseo vuole consentire alla Caisse des Dépôts et Consignations (istituto finanziario pubblico) di riacquistare locali commerciali situati nei centri delle città e a rischio chiusura. Questi sarebbero poi affittati ai commercianti con tariffe più basse e convenienti. Lo scopo è impedire il fallimento di piccoli commercianti ed evitare così lo svuotamento dei centri urbani. Della Kfw tedesca si è già detto.

E l’Italia? Noi chiediamo aiuto. Si chiami Mes o Recovery fund siamo sempre con il cappello in mano. Chi sostiene che siamo costretti a farlo a causa dell’elevato debito pubblico si sbaglia. L’Italia al netto delle sue inefficienze può contare sui risparmi degli italiani. Oggi più che mai è necessario utilizzare la Cassa Depositi e prestiti come fondo sovrano per promuovere una nuova politica economica ed industriale. Possiamo uscire dalla crisi puntando su di noi.

Se, però, il progetto dovesse arenarsi i responsabili dovremo cercarli a Roma e non a Bruxelles. Se l’Ue ci tratta come degli scolari indisciplinati, la colpa è nostra che ci facciamo bacchettare. Non serve a nulla piagnucolare o scappare: solo smettendola di fare gli sciuscià saremo rispettati da tutti.

Salvatore Recupero

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