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Recovery fund, tutti i vincoli e i controlli. Ecco che cosa rischia l’Italia se chiede i soldi

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Roma, 22 lug – All’indomani dei festeggiamenti di Conte e dei giallofucsia per la presunta vittoria al Consiglio Ue sul Recovery fund (a vincere in realtà sono stati i falchi del nord), ecco che spuntano tutti i vincoli e le trappole nelle 67 pagine dell’accordo raggiunto dopo 4 giorni e 4 notti di negoziati su come dare i soldi ai Paesi in difficoltà a a causa dell’emergenza pandemia. Quello che salta subito agli occhi – posto che non è vero che oltre ai prestiti ci sono soldi a fondo perduto – è che non è affatto semplice accedere ai fondi. All’Italia verranno richieste misure “lacrime e sangue” – quelle che chiamano eufemisticamente riforme – come conditio sine qua non per avere i soldi. Come è noto, una volta ottenuti i danari saremo nel mirino della Commissione Ue (e di qualunque Paese Ue che con il “freno di emergenza” può sindacare su come stiamo procedendo con le riforme e bloccare i soldi), con il rischio che la nostra economia venga commissariata. Stiamo parlando, quindi, del rischio che la Ue – per fare un esempio – ci chieda di mettere mano alle pensioni (addio Quota 100, per intenderci).

Tempi strettissimi per presentare le riforme

I vincoli e le condizioni previste dall’accordo sono tali da rendere il percorso per arrivare a ottenere i soldi un vero e proprio campo minato. In primo luogo, i tempi sono strettissimi: nel punto A18 delle conclusioni si afferma che i governi dovranno “preparare i piani di ripresa e resilienza specificando il programma di riforme e di investimenti per il 2021-2023” e inviarli a Bruxelles entro metà ottobre. Inoltre, il grosso delle riforme deve essere a stretto giro, visto che il 70% dei trasferimenti diretti “vanno impegnati negli anni 2021 e 2022”. Questo spiega perché Conte ha parlato dell’ennesima task force per preparare il piano (di per sé non è affatto una garanzia di efficienza e tempestività, viste le altre task force del governo giallofucsia).

I vincoli del piano di riforme

Nello specifico, la richiesta dei soldi è vincolata al piano di riforme che va presentato alla Commissione, che a sua volta si prenderà fino a due mesi per esaminarlo. Dopo di che “la valutazione dei piani deve essere approvata dal Consiglio a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, mediante un atto di esecuzione che il Consiglio si adopera per adottare entro quattro settimane dalla proposta”. Questo significa che se vi fossero dubbi sul piano di riforme, su come verrebbero spesi i soldi o quant’altro, la richiesta di fondi verrebbe respinta.

Così la Ue potrebbe respingere la richiesta di soldi

In che modo? Secondo questo schema: presentate le riforme, la Commissione chiede il parere del comitato economico e finanziario; se qualcosa non convince, la Commissione chiede spiegazioni, che però non risultano convincenti; a quel punto la richiesta viene girata al Consiglio che, si legge nel testo dell’accordo, “non approva pagamenti fino a quando non avrà discusso la questione in maniera esaustiva” (in tal senso si parla di un tempo “di norma” non superiore ai tre mesi). Il tutto ricordando sempre che, secondo lo schema della maggioranza qualificata, i Paesi Ue possono bloccare i versamenti del Recovery Plan con il semplice voto contrario di 13 su 27 Stati membri (purché questi rappresentino almeno il 35% della popolazione europea). Ci sarà dunque una vigilanza diretta degli altri governi sull’esecuzione di ogni passaggio. Questo significa che il clima tra – tanto per fare un esempio – Italia, Olanda e Austria sarà avvelenato da diffidenza, sospetti e pregiudizi su come il nostro governo intende spendere i soldi.

Gli obiettivi Ue e i controlli

Le richieste di fondi poi sono vincolate agli obiettivi fissati dalla Ue. Prendiamo per esempio quelle relative alle politiche “green”: ogni anno dovranno essere conformi agli obiettivi climatici dell’Unione. Oppure prendiamo l’obiettivo dell’”efficienza della pubblica amministrazione”. Al punto 128 dell’accordo sono indicati gli importi massimi erogabili di qui al 2027, circa 73 miliardi di euro. Il testo parla chiaro, per ottenere i soldi “si terrà conto degli adeguamenti previsti delle retribuzioni, dell’avanzamento di carriera, dei costi relativi alle pensioni e di altre ipotesi pertinenti“. L’intesa inoltre sottolinea la necessità di “condurre un’analisi periodica del personale che garantisca l’ottimizzazione del personale” e “la sostenibilità del regime pensionistico“. Insomma, se, come ha detto ieri subito dopo la notizia dell’accordo l’europarlamentare Rinaldi, “il diavolo si nasconde nei dettagli“, è ovvio che qui si sta parlando di Quota 100 e che il governo italiano dovrà smantellare la riforma del sistema pensionistico secondo i diktat Ue. E non solo quello. In conclusione, il prezzo da pagare in termini di austerity per famiglie e imprese italiane sarà altissimo. Il tutto per dei soldi in prestito (che poi sarebbero i nostri).

Adolfo Spezzaferro

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