PrimatoNazionale

L’incapacità del governo consegna il nuovo Ponte di Genova ad Autostrade

Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 2 ago – Domani sarà il grande giorno dell’inaugurazione del Ponte San Giorgio, il viadotto sul torrente Polcevera costruito dopo il tragico crollo del Morandi di due anni fa. Una cerimonia sulle note di Crêuza de mä, con la nave scuola Amerigo Vespucci alla fonda nel porto e le Frecce Tricolori a disegnare evoluzioni nel cielo sopra l’impalcato. Se a ciò aggiungiamo la rapidità con la quale la strategica arteria per la viabilità del capoluogo (e della Liguria tutta) è stata realizzata, ci sarebbe quasi da festeggiare. Non fosse per i 43 morti – i cui nomi verranno letto in occasione della cerimonia – che ancora pesano sulla coscienza e non hanno impedito che l’infrastruttura, una volta ingurata, venga immediatamente consegnata ai responsabili del disastro. Vale a dire ad Autostrade per l’Italia.

Il Ponte San Giorgio finisce ad Autostrade per l’Italia

Non poteva d’altronde essere altrimenti. Chi, se non l’attuale gestore della rete su cui il San Giorgio insiste, poteva “ricevere” il ponte una volta conclusi i lavori? Sarebbe stato clamoroso il contrario, dato che avrebbe potenzialmente implicato la non fruibilità dello stesso.

Il problema, semmai, che è l’attuale gestore sia ancora in sella – cioé anche Autostrade per l’Italia abbia ancora le mani ben strette sulla concessione – dopo le numerose vicende che si sono susseguite negli ultimi anni. A partire dal crollo del Morandi fino, per rimanere sempre in Liguria, ai disastri combinati sui lavori di manutenzione (evidentemente ritardati fino all’ultimo, stani i crolli dei mesi passati) delle gallerie che hanno di fatto paralizzato una regione.

Leggi anche – Investimenti dimezzati e utili alle stelle: così le autostrade lucrano sulla nostra pelle

A poco è servito il fatto che il M5S abbia, da quel tragico 14 agosto 2018, fatto la voce grossa, chiedendo più volte la revoca della concessione dalle mani di Autostrade per avocarla allo Stato. Dopo poco meno di 24 mesi il risultato che ne è scaturito è stata la peggiore nazionalizzazione della storia d’Italia, con Cassa Depositi e Prestiti (quindi il risparmio postale degli italiani) chiamata a partecipare – per entrare nell’azionariato – ad un aumento di capitale che sarà tanto più costoso quanto più in alto verrà posta l’asticella del valore di Aspi.

Non era meglio revocare la concessione?

Tanto valeva, a questo punto, evitare alchimie finanziarie – che prevedono fra l’altro anche l’ingresso di investitori stranieri di cui non sentiamo certo il bisogno – e pagare i 7 miliardi di penale come “scontati” dal decreto milleproroghe. I Benetton avrebbero fatto ricorso? Sicuramente: nella peggiore delle ipotesi avremmo dovuto sborsare 23 miliardi. Ma siamo davvero sicuri che il conto si fermerà molto più in basso?

Leggi anche – Monopolio naturale: perché le autostrade (e non solo) vanno nazionalizzate

Il problema è che, sul valore di Aspi come su altri temi all’ordine del giorno, l’accordo tra le parti ancora non c’è: la famiglia sarebbe anche disponibile ad uscire, ma alle sue condizioni mentre il governo intanto traccheggia, nicchia, fa finta di darsi un tono e sottobanco si adegua ai ricatti che arrivano da Ponzano Veneto. Ecco perché, domani, il Ponte San Giorgio formalmente verrà trasferito ad Autostrade. L’ultimo schiaffo alle vittime del crollo.

Filippo Burla

Vai sul sito de IlPrimatoNazionale

Articoli Simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close
Close