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La rivolta delle femministe contro il ddl Zan. I paradossi del politicamente corretto

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Roma, 7 ago – Il testo Zan di cui stiamo sentendo parlare in queste settimane sta raccogliendo infinite critiche formali e sostanziali anche nel mondo progressista. Soprattutto le femministe sembrano sul piede di guerra. Perché? Questo ddl, che è la sintesi di 5 proposte di legge a firma Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi (che per altro a loro volta sembrano usare in modo confuso tra loro i termini orientamento sessuale/motivi di genere/transfobia/omofobia e identità di genere) intende riconoscere gay, lesbiche e transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili e quindi meritevoli di tutela specifica. Sostanzialmente aggiunge quindi la fattispecie di reato “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione basati sul genere” alle discriminazioni su base razziale, etnica, religiosa comprese nella legge Mancino.

Una legge a dir poco confusa

E’ stata criticata a monte la scelta del ddl di voler raggiungere il proprio fine di “promozione dell’uguaglianza” non lavorando sulla generalità della norma (ad esempio parlando di reati contro “la dignità della persona”), ma al contrario dettagliando un elenco di categorie meritevoli di particolare tutela. Tuttavia questo genera immediatamente un problema di istanze di riconoscimento, potenzialmente infinite (o, nel caso non divengano leggi, genere un infinito elenco di categorie discriminate): se sono meritevoli di tutela le categorie x e z perché non la y, qualunque essa sia? Vogliamo combattere la discriminazione basata sul genere sessuale? va bene, ma allora perché non introdurre una norma per ogni categoria che possa risultare vulnerabile e sanzionare ogni possibile discriminazione basata sulla disabilità, o su un ipotetico svantaggio estetico: hanno diritto ad esempio gli incel ad essere riconosciuti come tali o non possono essere tutelati in quanto tali da articoli che collegano tale sottocultura al terrorismo o li qualificano come “intrinsecamente violenti”?

Le femministe sul piede di guerra

La strada percorsa dal ddl Zan finisce per costruire innegabilmente una discriminazione perché in questo modo, ogni altra categoria che non sia esplicitamente compresa nel ddl Zan e nella legge Mancino sarà meno tutelata rispetto a quelle comprese: era davvero questa l’idea di “uguaglianza” del legislatore? C’è da dubitarne. Più precisa e interessante è la critica arrivata da buona parte delle femministe italiane: introdurre una categoria intrinsecamente fluida come “l’identità di genere” non si tradurrà nei fatti in un indebolimento della categoria donna derivata dal sesso biologico?

Cortocircuiti e paradossi del politicamente corretto

La domanda non è affatto peregrina perché esistono già esempi nel mondo anglosassone dove la scelta di privilegiare l’approccio “identità di genere” contrapposto alla “identità biologica” ha generato paradossali situazioni, per le quali le quote rose riservate alle donne vengono occupate da uomini che “si identificano come donne”, o ha causato il noto problema degli atleti biologicamente maschi che, autodichiarando la propria femminilità, competono e stravincono in competizioni in teoria femminili (termine che ora potrebbe non significare più nulla) la qual cosa ha anche una sua pericolosità se pensiamo agli scenari legati agli sport da combattimento o di contatto.

A noi non interessa entrare nel dibattito interno alla sottocultura Lgbt Queer che sta dietro il ddl Zan (anche perché è relativamente incomprensibile agli occhi di un profano), rileviamo però la pericolosa scelta del legislatore di aver scelto di trasportare le categorie “morbide”, tipiche della sottocultura Lgbt, nel severo mondo della legge e della giurisprudenza, aprendo la strada a non pochi possibili abusi. Abusi che evidentemente vengono rilevati da una certa parte del mondo progressista e femminista.

Guido Taietti

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