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Nick Cave fuori dal coro: “Il politicamente corretto? E’ la religione più triste del mondo”

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Roma, 16 ago – Compositore, cantautore, scrittore, sceneggiatore, attore. Nick Cave è un’artista a tuttotondo, quasi mai banale, complesso e per questo apprezzato anche dalla critica con il nasino arricciato. Perché a volte non conta essere compresi, piuttosto essere inafferrabili. Una sorta di sintomatico mistero, per dirla con Battiato, che alla lunga paga. Noi però abbiamo una sintomatica percezione: da ora in poi Nick Cave sarà preso di mira. Come mai? Perché le sue recenti dichiarazioni non piaceranno ai gendarmi del moralismo imperante. Nella sua newsletter Red Hand Files, l’artista australiano ha infatti distrutto così il politicamente corretto: “E’ la religione più triste del mondo”.

Cattiva religione senza controllo

Cave però, come detto, difficilmente si lascia andare a riflessioni scontate ed evita le sforbiciate trancianti. Dunque, fuor di minimalismo social, argomenta: “Il suo tentativo (del politically correct, ndr), un tempo ammirevole, di reimmaginare la nostra società in un modo più equo, ora incarna tutti gli aspetti peggiori che la religione ha da offrire (e nessuno della bellezza): sicurezza morale e ipocrisia priva anche della capacità di redenzione. È diventato letteralmente, la cattiva religione senza controllo”. Il verbo unico d’altronde, in quanto tale, non accetta critiche e non si mette mai in discussione. A tal punto da trasformarsi in una sorta di monoteismo laicista.

Il j’accuse alla cancel culture

Ma Nick Cave va oltre e si scaglia anche contro la dilagante (e modaiola) cancel culture, ovvero la neo-iconoclastia che punta a boicottare le opinioni scomode, tendenza censoria volta a togliere di mezzo dai loro ambienti lavorativi anche i personaggi dello spettacolo accusati di comportamenti immorali. Un attacco continuo a persone, gruppi di individui, aziende o movimenti politici considerati arbitrariamente razzisti, omofobi e insomma, generatori di nefandezze varie. “Il rifiuto della cancel culture di impegnarsi con idee scomode ha un effetto asfissiante sull’anima creativa di una società”, riflette Cave. “Siamo una cultura in transizione, può darsi che stiamo andando verso una società più equa – non lo so – ma a quali valori rinunceremo lungo il processo?”, si chiede l’artista australiano.

Senza misericordia

Secondo Cave, di fatto, la cancel culture rimuove completamente il concetto di misericordia. Caposaldo biblico e pure coranico, l’artista lo cita consapevolmente per mettere all’angolo i nuovi moralisti. A suo avviso è un concetto imprescindibile perché “riconosce che siamo tutti imperfetti e così facendo ci dà ossigeno – ci fa sentire protetti all’interno di una società, attraverso la nostra reciproca fallibilità. Senza misericordia una società perde la sua anima e divora se stessa. La misericordia ci consente di impegnarci apertamente in una conversazione libera – un’espansione della scoperta collettiva verso un bene comune”. Così, privandosi della misericordia “la società diventa inflessibile, paurosa, vendicativa e priva di senso dell’umorismo”. Altro che angoscia esistenziale, quello di Cave è un raffinato j’accuse al pensiero unico.

Eugenio Palazzini

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