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Il decreto Rilancio è un flop. E paghiamo i ritardi della Pubblica Amministrazione

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Roma, 16 ago- Lo stato di emergenza perenne in cui viviamo e il decreto Rilancio non sono bastati a velocizzare i pagamenti della Pa ai suoi fornitori. Il lupo, dunque, perde il pelo ma non il vizio. A lanciare l’allarme è stato il Centro Studi della Cgia di Mestre. Per capire cosa è successo è necessario analizzare il report degli artigiani mestrini.

La pandemia non basta a smuovere la burocrazia

Il decreto Rilancio, coinvolgendo l’onnipresente Cassa Depositi e Prestiti, “ha messo a disposizione delle Aziende Sanitarie Locali, delle Regioni e degli enti locali 12 miliardi di euro per liquidare i debiti commerciali maturati prima della fine del 2019”. I soldi, dunque, stavolta c’erano ed erano serviti su un piatto d’argento. Tuttavia, le varie articolazioni periferiche della Pubblica Amministrazione dovevano presentare la richiesta entro il sette luglio scorso. Qui però il meccanismo si è inceppato. A detta della Cgia (che cita alcune indiscrezioni riportate dalla “stampa specializzata”) la montagna ha partorito un topolino. Finora, infatti, è stato richiesto alla Cdp “solo un miliardo”. La burocrazia si è mossa come un pachiderma. Un vero e proprio flop che trova conferma nelle bozze del decreto Agosto: “All’art. 55 il Governo ha riaperto i termini per la presentazione della domanda alla Cdp. Pertanto, Asl, Regioni ed enti locali potranno chiedere l’anticipazione di liquidità per pagare i creditori tra il 21 settembre e il 9 ottobre prossimi”. Insomma, per pagare c’è sempre tempo.

I ritardi della Pa: un male endemico

Il decreto Rilancio, dunque, aveva bisogno di un’altra spintarella. Ma, forse neanche questa “dilazione” dell’esecutivo sarà sufficiente. Tutti quelli che straparlano di Europa solo per portare avanti provvedimenti inspirati all’austerity hanno forse dimenticato la Direttiva UE/2011/7. Quest’ultima normativa (entrata in vigore nel 2013) impone un limite di 30 giorni (60 per alcune tipologie di forniture, in particolare quelle sanitarie) per il pagamento nelle transazioni commerciali tra enti pubblici italiani e aziende private. Eppure, secondo gli ultimi dati disponibili riportati nella “Relazione annuale 2018”, presentata il 31 maggio 2019 dalla Banca d’Italia, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra PA sarebbe pari a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento. I dati più recenti citati dalla Cgia sono ancora più allarmanti. Nel secondo trimestre di quest’anno 8 su 13 hanno pagato in ritardo i propri fornitori. Gli altri 5 non hanno ancora aggiornato l’indice di tempestività dei pagamenti che misura i giorni di ritardo o di anticipo in cui vengono saldati i fornitori rispetto alle scadenze previste dal contratto.

Ormai però, ci siamo assuefatti a queste inefficienze e questi dati non fanno più notizia. Anche se nella società civile specialmente negli ultimi giorni si avverte una rabbia montante. Il bersaglio, però non è il decreto Rilancio.

Forse ci indigniamo per il motivo sbagliato?

Gli italiani in questi giorni si sono giustamente indignati per i deputati e i consiglieri regionali che hanno fatto richiesta dei 600 euro stanziate per le partite Iva. Nessuno nega che si tratti di una misura sbagliata. I parlamentari che hanno fatto questa richiesta hanno commesso un errore politico grave soprattutto perché ha esposto il proprio partito ad una gigantesca figuraccia. Anche se, come è stato detto, i veri colpevoli sono coloro che hanno partorito questa norma.

Ma, siamo sicuri che vale la pena indignarsi tanto per questo? Forse no. Ed è lo stesso coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo della Cgia a ricordarcelo. Secondo Zabeo: “In questi giorni tutta l’opinione pubblica è indignata per i 600 euro di bonus incassati da parlamentari e consiglieri regionali ma, a nostro avviso, è decisamente più immorale che moltissime Asl, Regioni e Comuni non abbiano pagato 11 miliardi di euro ai propri creditori, sebbene la Cdp abbia messo a disposizione un prestito trentennale ad un tasso dell’1,22 per cento”. Questa rabbia se non vuole essere sterile deve tramutarsi in proposte concrete.

Se pensiamo che basti il decreto Rilancio a risanare la Pa siamo proprio fuori strada. La soluzione più razionale, dunque, è quella di consentire “la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti dell’Amministrazione verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime”. Se la Pubblica amministrazione non paga i creditori quest’ultimi sono legittimati a stornare questo importo dalle tasse. Solo così avremo meno debiti della Pa e meno finti indignati.

Salvatore Recupero

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