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Un’altra chiesa diventa moschea: continua il piano islamico di Erdogan

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Istanbul, 23 ago – Il 24 luglio scorso era toccato a Santa Sofia, mentre ora è giunto il momento della conversione per un altro simbolo di Istanbul, edificato nel V secolo, la chiesa di San Salvatore in Chora, uno dei più grandi esempi di architettura bizantina ancora esistenti. Kariye Müzesi – Museo di Chora in turco – fu trasformata in moschea approssimativamente mille anni dopo la sua edificazione, a seguito della conquista ottomana della città, per poi essere trasformata in museo nel 1958, dopo un decennio di chiusura al pubblico per restauro.

Le basi del piano islamico turco

Recep Tayyip Erdogan ha firmato il decreto presidenziale che stabilisce la conversione della chiesa di San Salvatore in Chora da museo a luogo di culto islamico, affidando l’edificio al Diyanet, ossia il direttorato degli affari religiosi turchi. Quest’ente, in particolare, dovrebbe fungere da supervisione statale sugli affari religiosi, sottintendendo un’assicurazione per la Turchia stessa, una vera e propria garanzia di mantenimento in essere della Repubblica Turca di fronte alla potenza della religione islamica. Diversi esperti sostengono, tuttavia, un cambio di rotta nelle funzioni “non ufficiali” del Diyanet dalla vittoria del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), diventando piuttosto un ente di promozione dell’islam turco all’estero, nonché un potente sostenitore di uno stile di vita tradizionale in patria.

Con il presidente Erdogan e, più in particolare, a partire dal biennio 2010-2011, il direttorato degli affari religiosi turchi è stato notevolmente potenziato a seguito di un aumento spropositato del suo budget, che ha permesso di raggiungere la cifra record di 150 mila dipendenti, oltre ad altri atti concreti: la creazione di una stazione televisiva che trasmette ogni giorno, la concessione di pareri religiosi su richiesta, la formazione degli imam e una vasta offerta di corsi coranici.

La lezione di Erdogan all’Occidente

La conversione di un museo – edificato come chiesa bizantina – a moschea desta indubbiamente un forte senso di sconfitta e di impotenza in buona parte del mondo occidentale, soprattutto se si tiene in considerazione il menefreghismo con il quale Erdogan sta sottraendo al mondo siti patrimonio dell’umanità senza alcuna considerazione verso il ruolo artistico che essi ricoprono. Bisognerebbe tuttavia cercare di analizzare la situazione oggettivamente dal punto di vista di chi sta attuando questi provvedimenti, ossia il partito conservatore Akp, creato e sviluppato secondo la tradizione dell’islam politico; il piano attuato è volto ad una ripresa dei valori islamici in Turchia a seguito di una serie di governi – quelli precedenti – meno integralisti. Si tratta di un’ambizione sempre più diffusa anche nelle nazioni dell’Unione europea, un’ideologia conservatrice – di religione opposta, ovviamente, rispetto a quella turca – che si oppone alla melma fluida trasudata negli ultimi anni da un clima opprimente servo del politicamente corretto, e riportato in auge prepotentemente con l’utilizzo del movimento Black Lives Matter.

Non è un caso se il Partito della Giustizia e dello Sviluppo – esplicitamente conservatore e filo-islamico – ha ottenuto la maggioranza nel Paese, ed è segno di un sentimento collettivo crescente, sfociato nel potenziamento sopramenzionato al Diyanet ed una conseguente nuova presa di posizione del mondo islamico in terra turca; si presti attenzione, quindi, ad identificare continuamente Erdogan come il male in Terra, perché sta rispondendo ad una necessità di ripresa dei valori che, traslata in giusta misura alla nostra nazione, probabilmente vorrebbero molti cittadini italiani.

Giacomo Garuti

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