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Sprechi: la burocrazia ci costa il doppio dell’evasione fiscale

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Roma, 30 ago –  Gli sprechi rappresentano un costo per la collettività. Questo è un mantra che ci sentiamo ripetere da anni senza che sia cambiato mai nulla. Anzi, secondo il centro studi della Cgia di Mestre, oggi “nel rapporto dare-avere tra lo Stato è il contribuente italiano a rimetterci, da un punto di vista strettamente economico, è sicuramente quest’ultimo”.

Sprechi e burocrazia: il nostro tallone d’Achille

Gli artigiani mestrini hanno lanciato una provocazione che dovrebbe far riflettere tutti. Secondo il ministero dell’Economia, l’evasione fiscale presente in Italia è stimata in circa 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra di certo elevata che dipende principalmente dalle grandi imprese (per l’esattezza l’evasione fiscale delle grandi aziende è sedici volte superiore rispetto alle pmi). L’erario perseguita i baristi che non fanno lo scontrino ma evita accuratamente di scandagliare i conti di chi sposta i propri averi in Olanda o Lussemburgo.

Detto ciò anche la burocrazia fa la sua parte. Secondo molti autorevoli centri di ricerca, il danno economico dovuto agli sprechi, in capo ai contribuenti italiani sarebbe di oltre 200 miliardi di euro all’anno. In pratica il doppio rispetto all’evasione fiscale.

L’elenco delle inefficienze

Ovviamente, come si è detto, si tratta di una provocazione che per vari motivi non può avere valenza statistica. Tuttavia, è un dato che ha un valore politico. Ed è su questo che si dovrebbe intervenire. Intanto, è opportuno capire quali sono i capitoli di spesa fuori controllo. Non solo per motivi meramente contabili ma essenzialmente per ragioni etiche. L’espansione della spesa clientelare diffonde il familismo amorale e deresponsabilizza il cittadino.

Tornando agli sprechi, l’ufficio studi della Cgia traccia un elenco abbastanza esaustivo, limitiamoci a citare le voci più rilevanti. In primis, il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con la burocrazia è pari a 57 miliardi di euro. In secundis, come confermato dagli studi della Banca d’Italia, i debiti commerciali della Pa nei confronti dei propri fornitori ammontano a 53 miliardi di euro. Inoltre, non possiamo fare a meno di citare il malfunzionamento della giustizia civile che ci fa perdere miliardi di euro l’anno. Infine, concludiamo questo “cahier de doléances” con le inefficienze della sanità e del trasporto pubblico locale che ci fanno perdere ogni anno rispettivamente 23,5 e 12,5 miliardi di euro.

Uno Stato nemico delle pmi

Quanto finora è stato riportato non è certo una novità. In ogni programma elettorale degli ultimi cinquanta anni non manca l’impegno a ridurre gli spechi e rendere la macchina dello stato più efficiente. La situazione non è cambiata neanche quando si è affidato l’arduo incarico ai commissari straordinari per la cosiddetta “spendig review”. Questi ultimi come degli acchiappafantasmi hanno analizzato ogni capitolo di spesa al fine di individuare e neutralizzare gli spechi. Un ex commissario come Carlo Cottarelli è diventato una vera star televisiva. Dopo questi tentativi andati a vuoto possiamo dire senza timore di smentita che la spending review si è rivelata un’operazione meramente mediatica.

A pagare il prezzo più alto sono sicuramente state le imprese. Nel 2018, secondo Confcooperative, sulle imprese gravava una zavorra di 31 miliardi di euro di costi della burocrazia. Oggi il malfunzionamento della nostra Pubblica amministrazione costa alle aziende circa 57 miliardi di euro l’anno. Stretti tra l’incudine della burocrazia e il martello del fisco molte Pmi saranno costrette a chiudere i battenti. Per l’incapacità di alcuni “parassiti” stiamo condannando a morte la parte più produttiva della nazione.

Salvatore Recupero

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