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Cesare Pavese e quelle lettere a Mussolini

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Roma, 29 ago – In questi giorni dovremmo ricordare il Pavese poeta, rileggendo le pagine più belle che ha scritto, lasciando alle spalle il Pavese “compagno” descritto dalla sinistra, poco amato anche da Pier Paolo Pasolini che lo considerava un mediocre. Pavese era sempre l’uomo che sentiva dentro al proprio cuore il dramma dell’amore che non era  mai corrisposto come ci saremmo aspettati. Per questo mettevamo i libri di Cesare nelle tasche dei nostri giubbotti, verde militare, perché ci facevano compagnia. Non interessava a nessuno sapere se Pavese era stato un fascista o un compagno, l’unica cosa che ci interessava era se i suoi scritti fossero belli da leggere e da vivere. Un libro di Pavese era qualcosa di diverso, qualcosa che toccava l’anima.

Lettere a Mussolini

La sinistra aveva cercato di nascondere le lettere che lo scrittore aveva rivolto a Benito Mussolini nel periodo del confino a Brancaleone, in Calabria. Lettere che aveva scritto una persona disperata, stanca della solitudine e della povertà in cui si trovava. Pavese aveva trovato una stanza in affitto da una donna che chiedeva troppo, ogni scusa era buona per scucirgli qualche soldo in più. Quella stanza l’aveva presa per spendere meno, faceva economie anche nel cibo che consumava, solitamente pane e qualche pezzetto di formaggio, e poco altro. Doveva economizzare su tutto.

Era stato mandato al confino come altri intellettuali accusati di antifascismo, ma nel suo caso forse non era neanche quello. Nelle lettere rivolte a Benito Mussolini scriveva: “Eccellenza, mai io mi ero sognato di fare della politica, di qualunque genere, e tanto meno dell’antifascismo. Mi rivolgo all’Eccellenza Vostra come all’ultima speranza che mi rimane. Non ho che un desiderio: ritornare a casa e riprendere le mie occupazioni. Credo di aver dato, nei cinque mesi di stanza nella sede a me destinata, una buona prova di lealtà e di comportamento, e di ciò credo che la locale Autorità di P. S. non avrà difficoltà a riferire. Non mi rivolsi sin ora all’Eccellenza Vostra, benché consigliatone da parenti e beneficati che ne conoscono tutta l’umanità, per una naturale ripugnanza a intralciare con piccole cose la giornata di Chi ha ben altro cui attendere. Ma ora il disagio e l’incertezza del mio avvenire si sono fatti intollerabili”. Qualche tempo dopo, il 20 febbraio dello stesso anno, umilmente si rivolse con una lettera al ministro dell’Interno: “Il sottoscritto supplica l’Eccellenza Vostra di volergli concedere il condono, assicurando che in avvenire ogni suo passo sarà calcolato a difendere quell’ordine e interesse nazionale, di cui Vostra Eccellenza è supremo assertore”.

Queste missive dimostrano la disperazione di Cesare Pavese. Qualche tempo dopo, un rapporto della Regia Prefettura di Reggio Calabria del 9 marzo 1936 diceva: “Il Pavese dal 5 agosto 1935, data del suo arrivo a Brancaleone, ha serbato buona condotta, conducendo vita appartata e dimostrandosi pentito del suo passato. Per quanto il suddetto viva in ristrette condizioni economiche, non avendo oro o altri oggetti da offrire alla Patria, ha fatto pervenire al segretario politico di Brancaleone la somma di L. 50 accompagnando l’offerta con patriottiche parole”.

Erano anni difficili per un professore come lui, uno scrittore, un traduttore, l’uomo che si era laureato con una tesi sul poeta americano Walth Whitman. Una di queste, “Inno alla gloria dei vinti”, si era impressa nella sua mente. Alla fine anche lui era un vinto. La poesia di Walth Whitman si avvicina al pensiero di Pavese. La sua vita non si era incanalata come avrebbe voluto. Dopo la laurea in lettere sarebbe dovuto tornare al paese natio a insegnare in una scuola. Il ritorno alle origini lo avrebbe di sicuro agevolato, come il rivedere i vecchi amici di un tempo, quelli che descrive nelle pagine dei suoi libri. A Brancaleone la vita era buia, come una strada senza via d’uscita. La solitudine alimentata anche dal rumore del mare, la difficoltà di trovare qualcuno con cui parlare. Nel 1936 ritornò dal confino e apprese che la donna cui era legato sentimentalmente dai tempi dell’università, s’era sposata. A questa delusione, fa seguito l’insuccesso di Lavorare stanca. Riprese, pertanto, la collaborazione con la casa editrice Einaudi.

Cesare Maffi, dalle colonne del Borghese del 9 settembre 1990, traccia una approfondita analisi su Cesare Pavese e su quelli che lui definisce i “I Vedovi di Pavese”. I lettori di questa rivista poterono leggere la verità che forse era stata occultata volutamente. Nell’articolo su Pavese escono le verità che mai nessuno si sarebbe atteso. “Ma colpire Pavese significava colpire un compagno, rovesciare decenni di aurea politica culturale comunista, marxista, azionista, che aveva sfruttato ai propri fini (politici in primo luogo) l’opera dello scrittore piemontese. Quindi, chi sapeva ha preferito tacere. Finché, poche settimane or sono, ecco il caso Pavese scoppiare dalle colonne de La Stampa. E’ Lorenzo Mondo, vicedirettore de La Stampa e curatore, fra l’altro, del carteggio pavesiano, a rivelare il fatto. Nel 1962 egli era venuto in possesso di “scartafacci” – una specie di zibaldone – in cui il fratello (era stata la sorella di Cesare Pavese a consegnare tali documenti, ndr) era solito conservare negli anni giovanili minute di lettere, abbozzi di poesie e racconti, appunti di poesia, pensieri sparsi. Fra questo materiale l’allora giovane Mondo confessa d’aver trovato un block – notes a carta quadrettata, scritto per lo più a matita in cui compariva la grafia inconfondibile dello scrittore. Sorpresa: “quello scritto andava al di là di ogni aspettativa, colpiva come un pugno nello stomaco”. Vedremo poi il perché”.

Pavese fascista e repubblicano?

Lorenzo Mondo, che è uno dei massimi esperti di Cesare Pavese, ha pubblicato dei libri molto importanti che ci hanno fatto conoscere e apprezzare il mondo pavesiano. Pavese con i suoi modi si faceva amare, con quella malinconia nel suo volto che non scompariva mai, nemmeno quando fumava la pipa e il fumo avrebbe potuto attenuare il volto duro e infelice. Lorenzo Mondo mostra questo taccuino allo scrittore Italo Calvino: “Mentre costui sfogliava il taccuino, la sua faccia mi pareva ancora più pallida e magra”. Calvino fu per il silenzio: “al di là delle probabili e legittime opposizioni della famiglia, c’era da esporsi alle accuse e al rischio di speculazioni volgari”… Riflessioni, appunti, abbozzi di Pavese, fra il ‘42 e il ‘43. L’originale resta ancora irreperibile: intanto grazie alla tardivissima pubblicazione di Mondo, disponiamo però delle riflessioni che Calvino (e chissà chi altri) avevano censurato. Che cosa si legge di così “pericoloso” nel taccuino pavesiano? “Frasi come: Stupido come un antif. chi è che lo diceva?” “Sarà vero che M. ha sempre ragione ? Quando si riesce, si ha ragione”. Un elogio della presenza bellica italiana:“Noi siamo entrati in guerra poco preparati eppure resistiamo da due anni (ag. ‘42). Chi l’avrebbe detto? Quando sarà finita dovrai rivedere tutte le tue idee sull’anima nazionale. Non sapevi che esisteva eppure eccola!”: “Una cosa fa rabbia. Gli antif. sanno tutto, superano tutto, ma quando discutono litigano soltanto”. A proposito del fascismo: “il f. è questa disciplina. Gli italiani mugugnano, ma insomma gli fa bene”. E del nazismo: “Tutte queste storie di atrocità naz. che spaventano i borghesi, che cosa sono di diverso dalle storie sulla rivoluzione franc., che pure ebbe la ragione dalla sua? Se anche fossero vere, la storia non va con i guanti. Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci”.

Leggi anche – “Anche vinto il nemico è qualcuno”: a settant’anni dalla morte di Cesare Pavese

La sfiducia nei confronti dell’antifascismo è ribadita: “il fasc. aveva posto dei problemi, se anche non tutti risolti. Questi salami negano fascis. e problemi e poi dicono che saranno risolti…” Dopo l’otto settembre, si assiste ad un’ apertura di credito nei confronti della repubblica installatasi nel centro nord: “Il f. non solo ha dato l’unità all’Italia, ma ora tende a dargliela repubblicana – contro l’opinione che in It. la republic. siano le republic. naturale che incontri resistenza e sembri lacerare la coscienza. Ma è il male della crescita” Il repubblicanesimo convinto di Pavese lo porta a sostenere che“oggi stiamo facendo la prova generale della nostra storia. Vuol dire che siamo maturi per un grande destino imminente”.In quanto “L’Italia, nei suoi bei momenti, ha sempre oscillato  tra repubblica e anarchia…”

La vita di Pavese anche a scuola era stata alimentata dal dolore, e dalle pene d’amore. In un libro di Nicola D’Amico uscito nel 1987, “Eravamo compagni di banco”, si parla del tragico destino che aveva contraddistinto la sua classe III B. Tre di loro, tra cui Pavese scelsero di togliersi la vita. Oltre ad essi, una giovane compagna di classe aveva cercato di chiudere i suoi giorni, ma non vi era riuscita. Questo di sicuro ha aperto una ferita importante nel cuore del poeta. Per Pavese il suicidio era una tentazione continua. Ne parlava spesso con gli amici, che questi non lo prendevano più sul serio. Il suicidio era visto da Pavese come la soluzione finale ai desideri sempre non soddisfatti.

La donna che aveva amato, Costance Dowling, la donna che gli aveva trafitto il cuore era nata a New York il 24 luglio del 1920. Da poco sono trascorsi cent’anni dalla sua nascita, e non se ne è parlato. La donna che lo aveva lasciato in una disperazione totale, non ebbe molta fortuna. Dopo la sua partenza per l’America, si sposò con un regista ed ebbe dei figli. Tante volte vien da chiedersi se qualche volta avesse ricordato Cesare che per lei era pazzo d’amore, se avesse, altresì, letto i suoi libri per capire la grandezza del solitario delle Langhe. La sua vita si concluse in modo tragico con il suicidio: era il 28 ottobre del 1969, come riferito da un nipote allo scrittore Lawrence G. Smith, autore di un saggio su Pavese. Aveva solo 49 anni, il successo maggiore come attrice, l’aveva avuto in Italia che avrebbe potuto essere la sua patria. Sono passati tanti anni da allora, e per Pavese il successo letterario non si è mai fermato: i suoi libri vengono letti, magari con qualche malumore, dai giovani. Leggere il destino del poeta può essere importante per conoscere la vita. In questo ricordo a settant’anni dalla morte, avvenuta con suicidio in una stanza d’albergo, il 27 agosto 1950, lo immaginiamo mentre con la barca solca il fiume Po ed è felice.

Emilio Del Bel Belluz

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