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Referendum: l’Italia del taglio apparente nei palazzi che contano

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Roma, 13 set – E’ imminente il quarto referendum costituzionale italiano: tra meno di due settimane l’Italia sarà chiamata a fare una scelta, particolare, sulla riduzione del 36.5% dei componenti politici delle aule parlamentari. La riforma costituzionale sul decremento della rappresentanza è stata approvata ad ottobre 2019 e i consensi alla proposta, inizialmente grillina, furono unanimi dalle varie compagini politiche. Tuttavia, l’inghippo che ha portato al referendum del 20-21 settembre è passato per le mani del Senato. Furono, difatti, circa 71 i senatori che chiesero la consultazione referendaria al taglio.

Meno dello 0,01% di spesa pubblica

Come veniva descritto all’inizio, il movimento pentastellato ha portato avanti la riforma sul taglio dei costi della politica, facendolo diventare uno dei capisaldi, forse il più ossessivo, della campagna elettorale. I partiti maggiori accogliendo e facendo proprie, di volta in volta, le idee programmatiche di una riduzione dei parlamentari hanno attirato l’attenzione degli italiani. Ebbene se c’è una cosa che spesso i media nonché i sentimenti popolari evidenziano è il forte desiderio di una sensibile riduzione dei costi attribuibili alla macchina politica italiana.

Ecco quindi che capire le ragioni del “No” al referendum si fanno davvero complesse. All’apparenza risparmiare meno dello 0,01% della spesa pubblica sarebbe depennare, dalle casse statali, spese per neanche 60 milioni di euro. Se quindi fino ad oggi i sostenitori della convenienza economica al “Sì” sbandieravano, gioiosi, il vessillo della svolta, dati alla mano le cose cambiano. La vera questione sarebbe il risparmio economico? E la rappresentanza dove la mettiamo?

Rappresentanza e sovranità popolare: le ragioni del “No” al referendum

Riprendendo le parole di Brunetta del 28 agosto scorso, è evidente dalle statistiche referenziali al referendum che le regioni meridionali andrebbero ad avere minore rappresentanza. L’aumento del peso delle regioni nordorientali del Triveneto, con la vittoria del “Sì”, creerebbe uno scostamento del 1,1% al Senato a discapito delle regione del sud Italia.

E’ quindi  una questione di contrasto all’antipolitica, quella del fronte del “No”. Votare “Sì” sarebbe un gesto  che annulla la sovranità popolare, in questo caso, mitigando la necessità di un apparente bisogno.  Il bisogno di sconvolgere la “casta politica”, di eliminare le elitarie formazioni partitiche, rischia di divenire un sentimento contrario alle ragioni per le quali oggi viviamo in una democrazia.

Il “No” trova giustificazioni, anche, nella qualità della politica. La critica avversa nei confronti della classe politica non è del tutto un sentimento di “pancia” nazional-popolare. I grandi partiti politici attuali sono ben lontani dalle storiche formazioni politiche che hanno dominato la prima repubblica. Uno dei capisaldi del “movimento dei 3 no” di Bologna, notifica infatti una seria necessità: il rischio, ravvisato dal movimento, è di ridurre l’esiguo numero di parlamentari in grado di conoscere e comprendere i complessi ingranaggi della cosa pubblica.

Rosario Lanzafame

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