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Così la pandemia “ingrassa” i multimiliardari: ecco quanto hanno guadagnato Bezos & Co. con il lockdown

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Roma, 18 set – Andrà tutto bene, recitava il bolso adagio che ci ha accompagnato nell’ora d’aria da balcone, durante i duri e interminabili mesi di lockdown. Ma evidentemente quel motto era limitato ad alcune specifiche categorie: i miliardari, ad esempio, che sembrano essere divenuti ancora più miliardari proprio in coincidenza del – o grazie al – lockdown e alla pandemia. Così almeno rilevano le stime statistiche dell’Institute for Policy Studies, un think thank di matrice liberal, secondo cui i 643 multi-miliardari statunitensi sono riusciti, a partire dal 18 Marzo, ad aumentare la loro ricchezza del ben 29%. Niente male considerando che invece negli stessi Stati Uniti e nel resto del mondo la diffusione del virus, le drastiche misure di contenimento e la reclusione domiciliare hanno ingenerato un caos economico che ha portato, e porterà, aziende, esercizi commerciali, società al tracollo e al conseguente fallimento. Solo negli Stati Uniti sono 50 milioni le persone rimaste disoccupate dall’inizio del lockdown.

Impressionante l’aumento complessivo di ricchezza, stimato in ben 845 miliardi di dollari, passando da 2.950 miliardi a 3.800: una stima di circa 5 miliardi di dollari in più guadagnati a livello giornaliero. Scorrendo la lista, si può comprendere come la correlazione tra aumento della ricchezza e pandemia e lockdown, non siano un mero caso: infatti a troneggiare al vertice della lista dei super-incrementi di guadagno, ci sono mega-imprenditori del digitale. Jeff Bezos, capo di Amazon, si è messo in tasca complessivamente 186 miliardi di dollari, dagli originari 73. D’altronde la sua creatura è divenuta una sorta di piattaforma-Stato erogatrice spesso di servizi essenziali, nel cuore del blocco delle attività: la reclusione domiciliare per altro ha in molti anche sensibilmente aumentato, complice la inattività, la noia, la voglia di fare shopping digitale.

Motivazioni simili accompagnano la vertiginosa crescita delle ricchezze di altri due guru del digitale, Mark Zuckerberg ed Elon Musk, con quest’ultimo che, arrivando a 92 miliardi, ha quadruplicato il proprio patrimonio mentre il patron di Facebook si è dovuto accontentare di vederlo raddoppiato, raggiungendo la cifra di 100 miliardi complessivi. D’altronde l’unica forma di socialità nei mesi più duri della pandemia era solo quel surrogato digitale offertoci dalla piattaforma social.

I dati hanno inevitabilmente acceso una forte polemica e indignato l’opinione pubblica. D’altronde al di là delle conseguenze sanitarie, dei lutti, del dolore, anche la situazione economica generale è sfociata in una crisi che a quanto pare è divenuta una straordinaria occasione di guadagno per i giganti tecnologici. Si è trattato così di un momento politicamente propizio per riesumare, da parte dell’ala radicale del Partito democratico, nelle persone di Bernie Sanders e Ilhan Omar, l’idea di una imposta una tantum con cui colpire i patrimoni dei signori del digitale. il Make Billionaires Pay Act finirebbe con il tassare al 60% i loro guadagni, facendo sborsare, a titolo di esempio, a Musk e a Zuckerberg 70 miliardi di dollari, i quali sarebbero reinvestiti nelle spese sanitarie.

Alcuni Stati, come il New Jersey, stanno tentando di adottare misure non dissimili, portando le aliquote per i redditi che eccedano il milione di dollari dall’8,75% al 10,75, con un incremento sensibile di due punti percentuali. L’idea con le tasse eccedenti è quella di assegnare un bonus di circa 500 dollari alle famiglie colpite in termini sanitarie e finanziari dal virus. Naturalmente, come non hanno mancato di avvertire i Repubblicani, una legislazione del genere finirebbe comunque per scoraggiare la permanenza dei ricchi i quali potrebbero cercare di trasvolare verso lidi finanziariamente più convenienti.

Cristina Gauri

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