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Mussolini, la filosofia e il fascismo relativista. Per un divenire “radicalmente libero”

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Roma, 19 set – Non Mussolini filosofo, ovviamente, non avendo mai ‘il figlio del fabbro’ elaborato un proprio pensiero filosofico, ma Mussolini e la filosofia sì, visto l’interesse, né occasionale o estemporaneo ma duraturo e profondo, mostrato dal Duce per questa disciplina e per molti dei suoi protagonisti. Ecco dunque spiegato il titolo dell’ultimo lavoro di Adriano Scianca edito da Altaforte. Una disamina puntuale ed esaustiva, sostenuta da una ricca bibliografia, priva di fastidiosi toni agiografici, che va dal Mussolini socialista ai giorni della Rsi. Insomma, ci si trova di fronte a uno di quei rari libri che bisogna leggere, perché lo meritano per davvero. Adesso però, piuttosto che fare una sorta di ricognizione generale del testo, preferisco soffermarmi su qualche suo punto dirimente. In particolar modo, per me due sono i capitoli-architrave del libro, ossia “Storicità, decisione, guerra” e “Una nuova visione del tempo”, da collegare poi alle riflessioni conclusive dell’opera.

Il doppio volto della modernità

Detto in estrema sintesi, la modernità ha un doppio volto. Il primo è quello ‘diurno’ delle “magnifiche sorti e progressive”, l’altro invece, è quello ‘notturno’ del disincanto, della crisi dei fondamenti, che ha avuto in Nietzsche il suo ‘eroe’ eponimo. Ora, a me pare che il fascismo appartenga a pieno titolo a questa facies notturna della modernità, perché è appunto figlio di quel gigantesco laboratorio d’acciaio, costituito dalla prima guerra mondiale, che ha svelato a tutti quella crisi che solo i più accorti avevano intravisto già decenni prima. Scianca ce ne dà conferma nel primo capitolo segnalato in precedenza, innanzitutto sottolineando il significato di “rottura storica” (p. 91), di “passaggio epocale” (p. 90) del primo conflitto mondiale, il che comporta una radicale messa in discussione di tutta quanta la realtà. Da qui il nome decisivo, quello del filosofo Giuseppe Rensi, la cui grande lezione, imperniata sul relativismo e sullo scetticismo più spinti, è fatta propria da Mussolini, che infatti non esita a definire relativista lo stesso fascismo (pp. 102-112). Da qui, ancora, una visione della realtà in continuo mutamento, priva di rassicuranti ancoraggi e di verità ultime, dominata dalla contingenza e dall’imprevedibilità più radicali; una realtà eraclitea, insieme polemologica e sfuggente, non a caso accostata dall’autore al Pirandello che fa professione di fascismo (pp. 112-118).

Ma la crisi scuote, sovverte, sconvolge anche l’usuale lettura lineare e progressiva del tempo, sostituendola con qualcosa di mai visto prima; un tempo franto, spezzato, sottratto a ogni fatalismo, in cui passato, presente e futuro si accavallano e s’intrecciano fra loro, rendendo così possibile il benjaminiano balzo di tigre dello ieri nell’oggi in vista del domani (pp. 184-189). In tal modo il fascismo non subisce il tempo ma lo fa, non si piega al continuum temporale ma lo stravolge a suo vantaggio, dando vita a un “nuovo inizio” (p. 171) del tempo (l’era fascista). Utilizzando un termine di Elvio Fachinelli, potremmo dire che il fascismo forgia una nuova cronotipia, sancendo così la sua capacità d’incidere nella carne viva del reale.

Pensare un divenire che sia radicalmente libero

Le conclusioni del libro di Scianca sono in linea con quanto detto sinora. Non esiste un ordine dato una volta per tutte; non esistono eterne ‘tavole dei valori’, “non c’è più un punto fermo” (p. 391). Da qui, di nuovo, l’istanza relativizzante, che però non si risolve in sterile, se non compiaciuta, presa d’atto del tramonto degli assoluti, ma finisce con l’accompagnarsi ad un volontarismo estremo che, forte dell’abissale libertà seguente alla fine dei rassicuranti “grands récits ideologici” (p. 391), quasi ‘demiurgicamente’ trasforma la realtà a sua somiglianza. Insomma, Scianca, nella chiusa del suo libro, fa nuovamente emergere il pensiero nietzscheano, per di più mettendolo in dialogo con il neoidealismo gentiliano, uniti nella “necessità di pensare un divenire che sia radicalmente libero” (p. 394). Una “conquista capitale del pensiero” (p. 394), capace dunque, sotto il segno della libertà, di riscattare anche il passato dall’inerzia immota in cui era stato relegato affinché fosse rimodellato per il futuro. Nietzsche e Gentile lo hanno pensato. A metterlo in pratica è stato Mussolini.

Giovanni Damiano

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