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L’eredità della pandemia: ora è rischio boom di lavoratori in nero

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Roma, 27 set –  La crisi provocata dall’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus potrebbe far aumentare in maniera esponenziale il numero dei lavoratori in nero. Questo è quanto emerge da uno studio della Cgia di Mestre che si basa sui dati forniti dall’Istat. Vediamo cosa ci dice il report in questione.

Crescita dei lavoratori in nero

Secondo le previsioni del nostro istituto di statistica entro la fine di quest’anno circa 3,6 milioni di addetti rischiano di perdere il lavoro. Il fenomeno colpirà non solo i dipendenti ma anche gli autonomi: i primi accetteranno anche un’occupazione irregolare e i secondi faranno gli abusivi. Le retribuzioni saranno basse e non ci sarà alcun tipo di contributi previdenziali e assicurativi.

L’economia sommersa e le pensioni dei nonni (nonostante siano le più tassate d’Europa) ci salvano dalla miseria. Ma fino a quanto può durare questa situazione? Forse, troppo poco.Il motivo è semplice: la pandemia ha semplicemente peggiorato il quadro clinico di un paziente moribondo. Spiace dirlo, ma una nazione come l’Italia non può avere 3,3 milioni di lavoratori in nero. Esiste un esercito di occupati che, pur essendo sconosciuti al fisco e all’Inps, “produce ricchezza”. Ne dobbiamo prendere atto. L’ipertrofia legislativa unita all’insostenibile pressione fiscale sono stati il terreno fertile in cui ha prosperato il sommerso.

L’emergenza sanitaria, inoltre, ha innescato una guerra tra poveri. Come sostiene il segretario della Cgia Renato Mason: “Chi opera completamente o parzialmente in nero fa concorrenza sleale, altera i più elementari princìpi di democrazia economica nei confronti di chi lavora alla luce del sole ed è costretto a pagare le imposte e i contributi fino all’ultimo centesimo”.

L’Italia è divisa in due

L’Ufficio studi degli artigiani mestrini in questo rapporto ha analizzato come si sviluppa il fenomeno su base regionale. Secondo la Cgia, “a fronte di poco più di 1.253.000 occupati irregolari (pari al 38% del totale nazionale) nel Sud il valore aggiunto generato dall’economia sommersa è pari a 26,8 miliardi di euro, che corrisponde al 34% del dato nazionale. La realtà meno investita dal fenomeno è il Nordest: il valore aggiunto prodotto dal sommerso è pari a 14,8 miliardi di euro. Analizzando il tasso di irregolarità (incidenza percentuale del numero di occupati irregolari sul totale occupati a cui si aggiungono gli occupati irregolari) al primo posto troviamo la Calabria con il 21,6%, seguita dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Puglia. La media nazionale si aggira intorno al 13%. Per cercare i più virtuosi dobbiamo andare ad Aosta (9,1%) o a Bolzano (9%)”.

I dati che abbiamo appena letto non ci sorprendono. Essi sono la conferma che finora le politiche “a favore” del Mezzogiorno sono state un totale fallimento. Il clientelismo, ossia il lavoro in cambio del voto, ha solo alimentato una classe dirigente occupata a soddisfare le piccole beghe dei propri clientes. Questo è il vero male del Mezzogiorno e la mascherina non basta perché, al contrario del coronavirus, è un virus che oltrepassa ogni barriera. Comunque, anche il Movimento Cinque Stelle (anticasta per antonomasia) ha capito che al Sud bisogna distribuire quattrini per prendere i voti.

E fu così che Grillo e Casaleggio  si inventarono il reddito di cittadinanza che tale non è in quanto non viene concesso in base a tutti poveri ma solo a quelli che s’impegnano a cercare un lavoro. C’è da dire che altrove questo sistema è già in vigore da anni, ma, a differenza nostra, esiste una rete di strutture che garantisce il funzionamento di questo sussidio di disoccupazione. In Italia ha dato un lavoro solo ai navigator che dovevano prendere per mano il disoccupato per trovargli un impiego ben remunerato e soddisfacente.

I grillini provano a cavarsela attribuendo il fallimento dello strumento di sostegno al reddito alla crisi economica causata dal coronavirus. In realtà non è così. Il Rdc era ed è un’idea balzana. Essa nasce per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro nei centri per l’impiego, ma quest’ultimi erano e sono privi del personale e delle piattaforme digitali per aiutare il disoccupato.

Tutto ciò che si è detto finora unito alla frustrazione di chi per mesi è rimasto chiuso in casa con le mani in mano, ha diffuso sfiducia. Questo pessimismo, però, non è infondato. Basta leggere la nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione (il rapporto congiunto di Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail ed Anpal).

Troppi lavoratori sono stati dimenticati

Tra tutti i commenti, spicca quello del segretario generale dell’Ugl Francesco Paolo Capone sul periodico in rete La Meta Sociale. Egli infatti non si limita a commentare lo tsunami che si è abbattuto sui lavoratori italiani a causa del coronavirus, ma si focalizza sul numero degli inattivi che è aumentato su base annua addirittura di 1,3 milioni di unità. Come ci ha insegnato il poeta romano Trilussa, la statistica è una materia che si presta a diverse interpretazioni. Molti hanno cercato di indorare la pillola. Così si spiega l’utilizzo improprio del termine inattivo ossia la persona che non fa parte delle forze di lavoro e cioè non lavora e non è in cerca di un’occupazione tramite i canali regolari.

Spiega Capone: “Questo gioco di parole ha permesso per alcune settimane di mascherare quello che stava succedendo. In pratica, centinaia di migliaia di persone sono scivolate direttamente dalla casella occupati a quella degli inattivi, cosa che lasciava stabile – almeno sotto il profilo statistico – il tasso di disoccupazione. I posti di lavoro a tempo pieno che sono spariti in poco tempo sono 818mila che non significa semplicemente 818mila lavoratori in meno, in quanto la platea potrebbe essere anche doppia o più, considerando il ricorso al part time o tutte le tipologie di lavoro a tempo determinato”.

Quando decadrà il divieto di licenziamento i nodi verranno al pettine. E non basterà certo il reddito di cittadinanza. Quest’ultimo finora è servito a dare una poltrona di ministro a chi conosceva solo le gradinate dello Stadio San Paolo.

Salvatore Recupero

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