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“Sei una testa di Murgia”. Scontro totale tra Massimiliano Parente e la scrittrice sarda

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Roma, 1° ott – Insulti, boicottaggi, scomuniche e contro-scomuniche… insomma botte da orbi. A tanto è arrivato lo scontro tra Massimiliano Parente e Michela Murgia. Sì perché, come è arcinoto, la scrittrice sarda non è proprio una sportiva. E se la critichi, ecco che ti sguinzaglia contro armate di troll e orde di hater. Ma riavvolgiamo il nastro. Parente, si sa, è uno scrittore eccentrico ed esuberante, ben poco propenso ad accettare la dittatura del politicamente corretto, di cui la Murgia è notoriamente la Gran ciambellana. Tutto è partito da un tweet sarcastico dello stesso Parente: «Sostituire per legge la parola patriarcale cazzo con la parola murgia: mi hai rotto la murgia, fatti la murgia tua, che murgia vuoi, che murgia dici, non hai capito una murgia, mi stai sulla murgia, succhiami la murgia, testa di murgia».

 

La fatwa del mullah Murgia

Apriti cielo. La scrittrice sarda non ha apprezzato e ha chiamato i suoi follower alla controffensiva. Tanto che è stato persino lanciato l’hashtag #boicottaunsessista. Come denuncia lo stesso Parente, «su Facebook, Instagram e Twitter è in corso la campagna #boicottaunsessista, con centinaia di nazifemministe che scrivono al mio editore, La Nave di Teseo, chiedendo di prendere le distanze da me e non pubblicare più i miei libri. Tutte contro uno». E, come spiega sempre lo scrittore ricostruendo l’accaduto, «a lanciare la fatwa è stata il mullah Michela Murgia, quella Murgia secondo cui ogni figlio maschio è come se fosse figlio di un mafioso, quella Murgia che vuole cambiare la patria in matria, quella Murgia che non si può dire la Murgia, quella Murgia che di fronte a una mia critica alle book influencer sessiste che leggono solo libri di donne (si veda la signora Carolina Capria, profilo Instagram Lhascrittounafemmina, un nome un programma) mi dà dell’incel (pensavo fosse una marca di cellulari, poi ho scoperto che è un single a cui nessuna la dà)».

Parente non si piega

Parente, insomma, non ci sta e rivendica il suo diritto alla critica del «nazifemminismo», senza per questo dover essere bollato come «sessista» o subire una specie di ordalia medievale: «Testa di murgia, niente al confronto di quello che può pensare un maschio nel sentirsi dire che è mafioso perché maschio, o misogino o incel, o vedersi insultare la figlia, come è capitato a me. Il branco contro uno, solidarietà alla Murgia, ma solidarietà per cosa? Sarebbe stato anni fa come esprimere solidarietà agli islamisti anziché a Salman Rushdie, lasciandolo solo contro loro. È la violenza di un vittimismo che raduna una folla contro un carnefice che non c’è». E poi la chiusa. «In ogni caso dove c’è un branco, io sarò sempre dall’altra parte. Comunque sia, care mie: boicottatemi stocazzo».

Elena Sempione

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