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Chi è Jonathan Galindo e perché le task force anti-haters non intervengono contro i veri pericoli social

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Roma, 2 ott – La tragedia che nelle scorse ore ha sconvolto l’Italia e in particolare Napoli, dove un ragazzino di 11 anni si è suicidato buttandosi dal balcone di casa, ha un volto, un nome e un cognome. Seppur virtuale, il colpevole del nuovo gioco challenge mortale che sta mettendo in pericolo gli adolescenti di mezzo mondo e che ha ucciso il giovane partenopeo, si chiama Jonathan Galindo ed è presente sui maggiori social network con la sua tetra immagine di profilo che ricorda il vecchio Pippo della Walt Disney. Se Jonathan Galindo è l’inquietante figura somigliante all’amico di Topolino, tra l’altro sottratta a un ignaro make-up artist italiano, Samuel Canini, ad affiancarlo sui social si trovano spesso anche altri oscuri personaggi come Slender Man, l’uomo allungato che perseguita e rapisce i bambini, in un mix tra horror e folclore tradizionale. Vi è poi l’uomo bianco ispirato al Pennywise di IT, chiamato Momo ma ben lontano dalla gioiosa fanciulla trovatella di Michael Ende, e ancora diversi altri personaggi più o meno storici del terrore infantile.

Un gioco pericoloso

Dietro queste paurose figure però, si cela un gioco ancora più macabro nel quale utenti senza scrupoli operano per raggirare, terrorizzare e far fisicamente del male alle loro giovani vittime. Il web non è per nulla nuovo a questo genere di fenomeni. Anni fa il gioco-catena Blue Whale fece diverse vittime tra i giovani occidentali spingendo gli stessi a sfide oltre limiti e regole della società civile, della famiglia e del buonsenso. In queste ore, la madre (psicologa) di un compagno di scuola del povero undicenne suicida, ha dichiarato: “Altri bambini e ragazzi più grandi avevano già sentito parlare di quell’uomo nero con la faccia di Pippo perché almeno altri due adolescenti erano stati contattati sui social da tal Jonathan Galindo”. E ancora: “Mio figlio era un compagno di classe del bimbo, vorrei dire alla madre che conosco e che ora non si regge in piedi che non deve sentirsi in colpa. Come avrebbe potuto rendersi conto dei pericoli? Gli stessi ragazzi non li riconoscono, come dimostra quanto mi hanno appena riferito i miei”. Per poi concludere: “Mio figlio è tornato in classe dopo il lutto, l’insegnante è stata brava, li ha fatti sfogare. Ma tanti suoi amichetti prima di vivere tutto questo mi hanno detto che avrebbero fatto lo stesso. Sarebbero scappati anche loro, spingendosi giù…”.

Tutti zitti

Ancora non si sa se dall’altro lato del monitor ci sia sempre la stessa persona o, ben più probabile, una vera e propria rete di mostri; spetta agli investigatori risolvere questa tetra trama ispezionando le chat. Per la morte dell’undicenne napoletano gli inquirenti stanno infatti indagando su questo strano personaggio che sta conquistando sempre più popolarità tra i giovani, conducendo gli stessi, in tutto il mondo, a queste stupide prove di coraggio, fenomeni di autolesionismo e, come tristemente accaduto a Napoli, al suicidio.

Presente con i suoi profili Facebook, Twitter, Instagram, etc, in quasi ogni parte del globo, il misterioso Jonathan Galindo continua ad adescare bambini e ragazzi senza che i social ne prendano ufficialmente le distanze, e senza che le famose task force tanto volute dal centrosinistra contro gli “haters” sovranisti, ne richiedano l’immediata chiusura dei profili. Insomma, mentre i segnalatori della sinistra italiana sono impegnati a vigilare contro i profili social di CasaPound e delle destre – arrivando addirittura a bandire completamente un esponente sovranista come Simone Di Stefano – un Pippo qualsiasi, giunto da chi sa dove e recidivo nel mettere realmente in pericolo la gioventù, può muoversi indisturbato tra la psico-polizia dei social di Mark Zuckerberg uccidendo un ragazzino di 11 anni.

Andrea Bonazza 

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