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“Trump contro Tutti”: le elezioni presidenziali americane oltre la narrazione dei media

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Roma, 4 ott – Dal 1845, ogni quattro anni, nel martedì successivo al primo lunedì di novembre, gli americani sono chiamati alle urne. I “grandi elettori”, votati dai cittadini su base statale, andranno a riunirsi nel Collegio Elettorale il 14 dicembre per nominare il nuovo Presidente degli Stati Uniti e il suo Vice. Donald Trump si presenta da sfavorito all’appuntamento, leggermente indietro nei sondaggi che tuttavia si rivelarono beffardi per Hillary Clinton nella scorsa tornata. La lotta per la Casa Bianca si prefigura come uno scontro su più fronti per il leader uscente, che non dovrà guardarsi le spalle solamente dagli sfidanti Joe Biden e Kamala Harris. Alla sua carica “antisistema” si opporranno i dogmi del politicamente corretto e i dettami del “pensiero unico”, difesi strenuamente dalla corrente mainstream. Mentre si allunga l’ombra dei poteri forti dello Stato Profondo e si scatena la violenza del movimento Black Lives Matter, l’incertezza causata dal Coronavirus potrebbe rappresentare un’incognita capace di cambiare le carte in tavola.

Trump contro tutti

Trump contro tutti. L’America (e l’Occidente) al bivio. È questo, non a caso, il titolo del nuovo libro edito da Giubilei Regnani e realizzato a quattro mani da Daniele Scalea (Presidente del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, già autore di Immigrazione. Le ragioni dei populisti) e Stefano Graziosi (Docente di politica statunitense presso la Fondazione Rui e collaboratore de La Verità e Panorama). Un’opera fondamentale per capire cosa succede oltreoceano, andando oltre la demonizzazione del magnate newyorkese perpetrata dai media.

Tutti contro Trump dunque, questo è stato il tema ricorrente sin dalle primarie repubblicane del 2016. Il tycoon vi esordì facendo sprofondare nei sondaggi Jeb Bush, fratello minore di George W., appartenente a una vera e propria dinastia politica, troppo legato pertanto all’establishment e all’apparato dominante che Trump voleva scardinare. Dopo aver surclassato l’esponente conservatore Ted Cruz, “The Donald” si apprestava a guidare il partito dell’Elefante, forte del consenso ottenuto. Scalea e Graziosi descrivono quali furono i maggiori punti di forza nella battaglia col partito democratico, la cui scena era monopolizzata dalla Clinton. In un’America messa in ginocchio dai problemi sociali, il futuro 45° Presidente mise al centro del suo dibattito il cittadino statunitense. Opponendosi alla delocalizzazione e all’immigrazione di massa, promosse la creazione di posti di lavoro, in particolare nel sofferente settore industriale della “cintura di ruggine” nel Nord-Est, e il consumo di prodotti nazionali. Trump mise poi subito nel mirino la pericolosità dell’espansionismo della Cina e delle sue pratiche commerciali scorrette. A livello internazionale giurò di mettere un freno alle “guerre senza fine” che da anni agitavano la politica estera USA e avevano caratterizzato il mandato del suo predecessore Obama. Promessa ad oggi sostanzialmente mantenuta, nonostante l’inopinato inasprirsi di scenari come quello iraniano (si ricordi Soleimani) e isrealiano. Da qui nasce comunque l’inserimento dell’inquilino della Casa Bianca nei lista dei candidati al Nobel per la Pace 2021, che Obama vinse senza neanche aver iniziato la presidenza.

Le argomentazioni solide del magnate portarono l’arrogante ex First Lady ad una sonora sconfitta. Una disfatta che il partito democratico non riesce ancora a spiegarsi, troppo preoccupato da altro. Una sinistra che «sotto il manto della tutela delle minoranze si prodiga affinché una minoranza ben precisa (ossia se stessa, l’élite socio-culturale) possa mantenere le redini del potere anche quando perde le elezioni».

Dalla sua vittoria, l’amministrazione Trump ha registrato continui attacchi, subendo ostruzionismo da parte della magistratura, dei governatori locali e persino di alcune frange militari. Il clima di perenne tensione per le presunte ingerenze russe nel voto, mai concretamente dimostrate, culminò nella la richiesta di impeachment contro il Presidente per abuso di potere e intralcio al Congresso. Un tentativo politicizzato, sprovvisto di fondamenta empiriche e giuridiche, destinato a concludersi con un buco nell’acqua.

Tra i maggiori successi della legislatura repubblicana spiccavano i dati sulla disoccupazione. Grazie al taglio delle tasse e all’impulso dato all’economia, a febbraio scorso si attestava al 3,5%, cifra più bassa degli ultimi cinquanta anni. Numeri andati in fumo con l’esplosione dell’emergenza sanitaria. La titubante gestione del Covid è stata compensata dall’iniezione di massicci aiuti economici per la nazione, quantificabili in tremila miliardi di dollari.

I rivali di Trump

Gli autori di stilano poi il profilo dei candidati Dem, superando la “beatificazione mediatica” che ci viene propinata. Joe Biden, Senatore del Delaware dal 1972, ha presieduto la Commissione Esteri del Senato per ben tre volte. Nonostante vanti mezzo secolo d’esperienza e abbia ricoperto incarichi autorevoli, i suoi ripetuti sforzi per presentarsi alle primarie del partito furono infruttuosi in passato. Centrista, durante la pandemia ha centellinato le uscite pubbliche, mancando delle opportunità per argomentare chiaramente le proprie tesi. L’inizio della campagna era stato costellato da innumerevoli gaffe e in molti hanno espresso timore riguardo alla sua senilità. L’unico motivo per cui viene ricordato sembra coincidere con il punto più alto della sua carriera, essere stato “il vice di Obama”. Una figura morbida, ideale per attuare l’agenda progressista. Capace di attirare le simpatie di un elettorato eterogeneo a sinistra, la quale fa dell’anti-trumpismo il suo principio esclusivo.

Una fazione abbastanza disgregata nelle cui fila i toni si sono inaspriti e i pensieri radicalizzati. Le minoranze si sono identificate in Kamala Harris, assurta istantaneamente a paladina dei neri. Più precisamente le sue origini sono indiane e giamaicane; sarà lei la running mate di Biden ed eventuale Vice. Ex procuratore distrettuale e generale della California, non sono un segreto i suoi legami con i giganti del web della Silicon Valley e gli appoggi politici e finanziari nelle alte sfere. Le sue posizioni sono nette: via libera a immigrazione, aborto e ambientalismo. Per le tematiche del lavoro non hai mai dimostrato molta attenzione.

A prescindere dall’esito delle urne, il 46° Presidente avrà il gravoso compito di conciliare la coscienza frammentata della popolazione degli Stati Uniti. L’ago della bilancia della contesa sarà incarnato dalla “maggioranza silente”, la gente normale, che ha diritto e necessità di essere rappresentata ma deve intraprendere una scelta antitetica. Perché il 3 novembre vedrà la collisione di due concezioni del mondo diametralmente opposte. In Italia non si può nascondere la testa sotto la sabbia e pensare che il risultato delle presidenziali non abbia ripercussioni ideologiche. Quello che avviene oltreoceano ha sempre un’eco che si propaga in Europa. Dalla distruzione del monumento a Colombo, ad opera della “cultura della cancellazione”, all’approvazione della Convenzione di Faro il passo è stato breve.

Alessandro Romani

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