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“Non sbaglio a dire ‘ricchio*e’ e non mi scuso”. Spirlì replica a Anpi e “lobby froc*a”

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Catania, 3 ott – “Devo chiedere scusa a qualcuno per le mie parole? Assolutamente no, dovrei riceverle io le scuse“. Così il vicepresidente leghista della Regione Calabria Nino Spirlì, assessore alla Cultura della giunta Santelli, torna sulle polemiche per aver rivendicato termini, come “ricchione”, “negro” e “zingaro”, parlando anche di “lobby frocia”, durante un convegno della Lega a Catania, venerdì scorso. “Io sto solo dicendo che ci sono parole che vanno tutte quante tutelate, usarle è a discrezione delle persone, ma non si può vietare agli italiani di usare il dizionario, vale per ‘ricchione’ e tutti gli altri termini”, sostiene convinto Spirlì parlando con l’AdnKronos.

Da Anpi, “lobby frocia” e sinistra “accuse di regime”

“Difendo il diritto di dire tutte le parole anche se poi non le dico”, dice l’intellettuale calabrese – che si definisce “omosessuale a tempo perso e cattolico praticante“, mentre si avvicina al tribunale a Catania, dove si trova per dare la sua solidarietà a Salvini, in occasione del processo per il caso Gregoretti. E all’Anpi, alle associazioni pro Lgbt, alla sinistra che lo attacca chiedendo le dimissioni non intende cedere, parlando anzi di “accuse di regime“. “Siamo di fronte a una trappola – replica Spirlì – si vuole cancellare parte della cultura italiana, le parole possono avere anche un significato pesante, ma è una cosa discrezionale, compete alla persona. Altrimenti si arriva a un dizionario che permette l’utilizzo di solo 200 parole, quelle che piacciono al regime“.

“E’ come dire che gli spaghetti alla puttanesca offendono le prostitute”

“Se mi dicono ‘ricchione’ – prosegue – non lo sento dispregiativo, se me lo dicono in maniera tranquilla, tra amici capita spesso, per gioco, di dirselo, ‘ricchio’, come stai?’, magari tra eterosessuali, il problema non è la parola, ma l’intenzione, l’eventuale violenza”. “E’ come dire che gli spaghetti alla puttanesca non si possono fare, perché si offendono le prostitute“, sottolinea il paradosso il vicegovernatore calabrese. “Non possiamo rinunciare a una parte della nostra identità, la lingua è il massimo strumento di identità di un popolo“, ribadisce. E ai 5 Stelle che chiedono le sue dimissioni lancia una bordata: “Loro dovrebbero trovare un bell’inginocchiatoio e chiedere scusa agli italiani per quello che hanno promesso e non hanno ottenuto, pensassero alle rogne che hanno in casa, non a me”. In conclusione, “Spirlì non è un povero demente che si sveglia al mattino e dice quattro cazzate, delle parole io – chiosa – ne ho fatto una professione, sono stato pagato per questo”.

Adolfo Spezzaferro

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