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Da “Mani pulite” al taglio dei parlamentari: il boomerang dell’antipolitica

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Roma, 4 ott – Nel 1992 l’Italia fu travolta dallo scandalo “Mani pulite”, una serie di inchieste giudiziarie che delinearono un sistema fraudolento, che coinvolse gran parte della politica italiana. Dai fondi illeciti destinati ai partiti fino ai rapporti corrotti tra imprenditoria e politica, i fatti denunciati dalle procure destarono scalpore e polemiche nella maggioranza della popolazione.

«Antipolitica»: un errore di prospettiva

Con il susseguirsi degli anni è cresciuta nei cittadini l’avversione verso la politica e la cosiddetta “casta”, ritenuta fonte di disonestà e barile di truffatori, dando così il là al fenomeno dell’«antipolitica». Vi sono numerosi aspetti negativi derivanti però da tale visione.

Nel corso della prima repubblica, la competenza della classe politica era invidiabile. La militanza nelle file giovanili, come l’esperienza ricavata dalle “scuole di partito”, erano conditio sine qua non per ottenere incarichi dirigenziali nei palazzi del potere, come nei partiti di appartenenza.

Dalla competenza agli improvvisati

La disaffezione di molti cittadini per la politica ha, al contrario, comportato l’aumento della demagogia e la sostituzione di figure competenti con quelle di tecnici o improvvisati. Ne sono esempio calzante partiti come il Movimento 5 Stelle, figlio delle proteste verso “il palazzo”, che è diventato primo partito nazionale, grazie al “vaffa” recapitato alla casta ed alla promessa di rivoluzionare il parlamento.

L’ascesa di tali movimenti figli dell’antipolitica non ha però introdotto competenze adeguate, finendo col diventare stampella per i partiti storici radicati al potere, dando vita a governi grotteschi come quello attuale ed indebolendo la democrazia rappresentativa con riforme demagogiche come quella del taglio dei parlamentari.

Tommaso Alessandro De Filippo

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