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Nagorno-Karabakh: gli aerei forniti dagli Usa bombardano i villaggi armeni

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Roma, 5 ott – Una settimana di bombardamenti, accuse reciproche, feriti e vittime. Molte vittime, oltre 200 compresi molti civili. La disputa territoriale tra Armenia e Azerbaigian si sta trasformando in una guerra classica, rovente e micidiale come soltanto un conflitto senza sconti sa essere. E il giardino nero del Nagorno-Karabakh è ormai un’intricata foresta rosso sangue. Nelle ultime ore, dopo aver colpito ripetutamente la città di Stepanakert, cuore pulsante della regione autonoma non riconosciuta dalle nazioni Onu, è arrivato l’ennesimo ultimatum del presidente azero Ilham Aliyev, che si è rivolto così al governo di Erevan: “Interrompete i combattimenti nel Nagorno-Kharabakh e chiedete scusa. La leadership dell’Armenia dovrebbe pensare attentamente prima che sia troppo tardi”. Aliyev ha poi intimato: “Lasciate i nostri territori, non a parole ma nei fatti“. Il problema, nei fatti, è che sia a Baku che a Erevan leggono quell’area come “nostri territori”. “Il Nagorno-Karabakh è territorio nostro, dobbiamo tornarci e lo stiamo facendo”, ha invece ribadito Aliyev. Affermazioni roboanti ma in parte non distanti dalla realtà, visto il plateale sostegno turco su cui può contare l’Azerbaigian e l’isolamento de facto in termini militari che impedisce all’Armenia di potersela “giocare” ad armi pari.

Scambio di accuse

Eppure l’esito del conflitto non è affatto scontato, il cessate il fuoco invocato dal Gruppo di Minsk (guidato da Francia, Russia e Stati Uniti) sembra oggi una chimera e gli scontri si stanno estendendo anche al di fuori del Nagorno-Karabakh. “Gli attacchi contro Ganja indicano che l’Armenia è disperata e non esiterà a commettere crimini contro l’umanità”, ha tuonato il ministero degli Esteri turco, riferendosi agli attacchi che l’Armenia avrebbe lanciato contro la seconda città più importante dell’Azerbaigian.
Un’accusa che suona però come una replica secca alla denuncia del governo di Erevan, che ieri ha parlato di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario che Baku sta compiendo da giorni in particolare nella città di Stepanakert. “L’odiosa aggressività (azera,ndr) non scuoterà mai il suo orgoglio o lo spirito della sua gente”, ha scritto il governo armeno su Twitter.

Quegli aerei da guerra americani

Ma se ormai l’impiego dei jihadisti – reclutati nel nord della Siria da Erdogan e schierati a supporto dell’Azerbaigian – non è un segreto e rischia di non fare più notizia, l’Armenia adesso sospetta che dietro alle mosse militari azere vi sia la longa manus degli Stati Uniti. O per meglio dire che Washington, volontariamente o meno, stia in qualche modo agevolando l’avanzata di Baku. Nikol Pashinyan, primo ministro armeno, giovedì scorso ha avuto infatti un colloquio telefonico con consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Donald Trump. Cosa si sono detti? Secondo il New York Times, il premier armeno ha sollevato una questione delicata: perché non state facendo nulla per impedire a un alleato di lunga data degli Stati Uniti, la Turchia, di utilizzare jet F-16 di fabbricazione americana contro l’etnia armena in Nagorno-Karabakh?

Il “disimpegno” americano

Come noto a tutti, la Turchia fa parte della Nato e da sempre è un alleato vitale per gli Stati Uniti. Lo è ancora più ora in un’area geografica da cui gli Usa stanno progressivamente ritirando le proprie truppe. Un disimpegno ancora relativo, ma che lascia campo a locali potenze emergenti. A ritagliarsi un ruolo di primo piano, in questo caos, è proprio il “sultano” Erdogan. Così adesso Pashinyan teme che Washington possa lasciare mano libera ad Ankara. Gli Stati Uniti adesso “devono dirci se hanno dato quegli F-16 (alla Turchia, ndr) per bombardare villaggi pacifici e popolazioni pacifiche”. Per ora gli Stati Uniti tacciono, ma la domanda posta dall’Armenia non è solo legittima, rischia anzi di scoperchiare un vaso di Pandora decisamente imbarazzante per gli americani.

Eugenio Palazzini

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