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Vicensindaco bergamasco ricoverato a New York per Covid, il conto è da capogiro

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Bergamo, 16 ott – Una parcella salatissima quella che Francesco Persico, 33 anni, elettricista e vicesindaco ad Azzano San Paolo (Bergamo) si è visto arrivare dopo il ricovero in ospedale per Covid-19. Un «conticino» da 100mila dollari di ospedale più 2.500 per gli 800 metri del trasporto in ambulanza dall’hotel dove alloggiava. Sì perché l’ospedale in questione si trova a New York e Persico ha avuto la sfortuna di manifestare i sintomi del coronavirus mentre si trovava in viaggio di lavoro nella Grande Mela, proprio nei primissimi giorni di marzo, proprio nel momento in cui l’emergenza iniziava a montare ferocemente e sferzare la terra orobica da cui il vicesindaco proviene.

8mila dollari al giorno

«Con che cosa paga?», è stata la prima domanda che lo staff della struttura aveva rivolto a Persico. Lui aveva subito esibito il foglio dell’assicurazione sanitaria. Ma la preoccupazione che qualcosa non potesse andare per il verso giusto c’era comunque: «Per fortuna, e ringrazio la mia azienda, ero assicurato ma in quel momento il timore era forte anche a casa, con il costo di 8.000 dollari al giorno in terapia intensiva», confida l’uomo ai microfoni del Corriere. Un timore fondato, perché in seguito il vicesindaco ha scoperto un codicillo veramente poco piacevole: «Una clausola diceva che l’assicurazione non avrebbe pagato se l’Oms avesse dichiarato la pandemia globale. La mia fortuna è essere stato ricoverato prima». Per la precisione due giorni prima che l’Organizzazione mondiale della sanità annunciasse lo stato di pandemia.

Le prime avvisaglie e il ricovero

Ancora oggi Persico non sa se il coronavirus se l’è portato da Bergamo o l’ha preso a New York. Era partito il 28 febbraio, otto giorni dopo la notizia del primo infetto in terra orobica. Da lì il fiume in piena dei contagi. «Dopo una settimana ho avuto la febbre, ma come per la classica influenza. Ho preso la tachipirina. Dopo 3-4 giorni non passava, avevo capogiri e mal di testa. Poi stavo benissimo e la domenica con i colleghi siamo andati a vedere la partita di basket», ricorda. Il giorno dopo la febbre è salita ancora. Un collega ha iniziato a sospettare: «Chiamiamo qualcuno», mi ha detto. Ma l’albergo non ha voluto  «mandare il medico, così abbiamo chiamato il 911».

Privilegiato

Si definisce «il paziente zero in quell’ospedale. Non erano preparati: ho aspettato mezz’ora sull’ambulanza, il personale ha allestito uno spazio lì per lì, mi hanno trasferito nel reparto di malattie infettive. Da me entravano protetti ma poi, li vedevo dal vetro, si cambiavano in corridoio. Mi hanno trasferito in terapia intensiva, con la maschera facciale dell’ossigeno». Persico si definisce un privilegiato rispetto ai bergamaschi che in quelle ore dovevano affrontare la malattia nelle strutture al collasso: «Devo dire che ho ricevuto molte attenzioni, se penso alle immagini di Bergamo con i tutti quei pazienti tutti insieme perché non c’era posto».

Pizza in terapia intensiva

Infine il vicesindaco di Azzano ricorda ridendo la qualità del cibo che gli veniva servito: «Il cibo, ho fatto anche le foto. Hamburger e patatine fritte, e pizza con il ketchup in terapia intensiva. Non potevo mangiarli, ho perso 12 chili, appena uscito sono andato al supermercato a comprare del cibo». Certo che con una parcella da centomila dollari uno si aspetterebbe qualcosa di meglio…

Cristina Gauri

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