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Maccaferri in mano agli americani di Carlyle. Persa un’altra eccellenza italiana

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Zola Predosa, 18 ott – Carlyle alla fine è riuscita nel suo intento. Dopo mesi di corteggiamento, la società statunitense ha rilevato lo storico gruppo Maccaferri. La holding Seci che gestiva l’azienda bolognese ha dato il via libera all’offerta d’acquisto presentata da un gruppo di investitori composto da Carlyle Global Credit Investment Management, Man GLG e Stellex Capital Management (Ad-Hoc Group o AHG). Gli americani hanno avuto così la meglio sul gruppo transalpino Vinci. Per comprendere l’importanza di quest’operazione, è necessario ricostruire gli eventi di questi ultimi mesi.

La crisi e l’ipotesi della bancarotta

Lo scorso febbraio la Procura di Bologna presentava istanza di fallimento per Seci (la holding che possedeva lo storico marchio emiliano). Non parliamo di una piccola azienda ma di un colosso con 70 filiali, 30 impianti di produzioni e più di 3000 dipendenti. Un’eccellenza italiana che da quasi 140 anni è attiva nel campo dell’ingegneria civile, geotecnica e mineraria. La Guardia di Finanza, dopo lunghe indagini scoprirono un patrimonio netto negativo di oltre 65 milioni al 31 gennaio 2018.

Le vicende giudiziarie si complicarono ancora di più lo scorso luglio. Il gruppo Maccaferri viene travolto da una maxi inchiesta per una distrazione di beni da 57,6 milioni di euro. Nel registro degli indagati sono finiti tutti i vertici della holding Seci (Società esercizi commerciali e industriali): Gaetano Maccaferri, presidente del Cda; Alessandro Maccaferri, vice presidente; Antonio Maccaferri, consigliere; Piero Tamburini, ex consigliere delegato. Sul banco degli imputati anche su Massimo Maccaferri, Angela Boni, Raffaella Boni, Guglielmo Bozzi Boni soci della Seci e anche della Sei, società beneficiaria della distrazione milionaria avvenuta nel 2017. In pratica i pubblici ministeri accusano i vertici della società “di aver distratto 57.639.623 euro a beneficio di una nuova società con capitale sociale interamente posseduto dai medesimi soci della Seci”. Il peggio ancora doveva arrivare.

Arriva Carlyle

A dare il colpo di grazia alle Officine Maccaferri anche un debito che andava onorato. Nel 2014 la società emiliana aveva emesso un bond del valore di 190 milioni di euro prevedendo una cedola del 5,75% con scadenza nel 2021. Carlyle fiutato l’affare acquistò il 51% di quel bond. Come avevamo già previsto, al momento opportuno gli americani hanno bussato alla porta del debitore. E così è stato. Il gruppo guidato in Italia da Marco De Benedetti (figlio del famoso editore Carlo) ha centrato l’obiettivo servendosi anche dell’aiuto dei soci precedentemente citati. La finanza diventa ancora il salvagente di una classe imprenditoriale assai mediocre. Gli americani comunque promettono un finanziamento ponte da 40 milioni di euro, da erogare entro fine 2020, al fine di garantire la continuità dell’azienda target. Contestualmente, AHG si impegna anche a mantenere l’attuale integrità del gruppo e delle varie società controllate.

Il gruppo guidato De Benedetti Junior in Italia si sa muovere benissimo.  Carlyle ha già messo le mani su diverse aziende, anche se non si effettuano investimenti di lungo periodo. Il private equity fa shopping con la prospettiva di vendere prima possibile per di massimizzare i profitti. Le aziende italiane coinvolte sono state tante: Riello, Moncler, Twin-set, Marelli Motori, Semantic, Comdata Group, Forgital Group. Attenzione non c’è nulla di strano in queste operazioni. Il problema è che le strategie di un gruppo finanziario non coincidono con quelle di un’azienda manifatturiera (soprattutto se si tratta di medie imprese).

Il private equity non teme il lockdown

Carlyle non è sola in Italia. Il giornalista de Il Sole 24 Ore Carlo Festa prevede una decina di operazione di private equity in Italia. I bassi tassi e l’ampia liquidità presente (solo) nei mercati finanziari da sicuramente un’accelerazione agli investimenti ad alto rischio. Così le società che operano nel private equity cercheranno di mettere le mani sulle imprese comprese nella fascia tra i 100 e 300 milioni di valore. I settori che interessano di più sono quelli dell’alimentare, dell’alta tecnologia soprattutto nell’ambito farmaceutico e biomedicale. Solo per fare qualche esempio alcuni fondi sovrani stanno cercheranno di comprare quote di minoranza di Illy Caffè.

Se vogliamo invertire questa rotta è necessario fare delle politiche realmente rivolte alle piccole e medie imprese operanti nei settori appena citati. Questo dovrebbe essere l’obiettivo private equity di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima opererà come un fondo d’investimento per dare alle Pmi la liquidità che non riescono a reperire sul mercato.

In caso contrario, si ripeterà la stessa trama che abbiamo visto a Zola Predosa. Le Officine Maccaferri, ricostruite dagli emiliani dopo i bombardamenti americani, sono finite in mano ad una società di Washington (The Carlyle Group), grazie all’aiuto di un uomo d’affari italiano. Se questo è un salvataggio anche una guerra persa va festeggiata come una liberazione. A pensarci bene, però, questo è l’esempio sbagliato…

Salvatore Recupero

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