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Torna l’ipotesi Draghi (stavolta al Quirinale). Tenere a distanza il “vile affarista”

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Roma, 29 ott – Mario Draghi avrebbe rifiutato la presidenza di Goldman Sachs – l’istituto di credito che, durante la crisi dei debiti sovrani del 2011, calò i nomi di Mario Monti e Lucas Papademos come nuovi premier di Italia e Grecia. A lanciare questa indiscrezione è L’Espresso ed ora il nome dell’ex numero uno della Bce ritorna ancora una volta tra i papabili per il Quirinale. Prima dello scoppio della pandemia si era ipotizzato anche un Draghi premier di un governo di larghe intese per andare a nuove elezioni ma adesso, vista la posizione del governo stabile dopo la mancata spallata del centrodestra alle regionali, sembra una suggestione tramontata.

A nessuno dispiace Draghi

Ormai è riconosciuto che la figura di Draghi è ben vista dalla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Nell’ottica di una sua candidatura a presidente della Repubblica, emblematiche sono le parole di un anno fa di Matteo Renzi che, per giustificare la nascita del governo giallofucsia, affermò che “l’obbiettivo di questa legislatura è di eleggere un presidente della Repubblica europeista”. Se nel centrosinistra il consenso dovrebbe essere unanime, anche nel centrodestra l’ex presidente dell’Eurotower riscuote apprezzamenti. Se da una parte Forza Italia e Berlusconi non hanno mai nascosto la loro stima per l’ex presidente della Bce, ancora fa rumore il “Why not?” di Salvini che così rispose a Mario Giordano su un possibile Draghi presidente della Repubblica, creando malumori all’elettorato più sovranista della Lega. Più critica Giorgia Meloni che, pur non avendo mai aperto ad un Draghi al Colle, recentemente ha sottolineato che sarebbe disposta a votare la fiducia in un “governissimo” ma senza farne parte. “Fratelli d’Italia sarebbe disponibilissima a fare la sua parte per dare una mano alla nazione, come abbiamo fatto con Conte, figuriamoci con Draghi” ha affermato la Meloni.

Draghi? Sempre lo stesso

Negli scorsi mesi, durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria, Draghi fu al centro di una campagna mediatica, in stile “fate presto” che lo voleva a Palazzo Chigi, dopo le dichiarazioni choc di Christine Lagarde che in un giorno fecero crollare i titoli di Piazza Affari e impennare i punti dello spread. Motivo di questa campagna era la necessità di avere una figura autorevole che potesse farsi ascoltare da quell’Unione europea che da marzo – apriti cielo – ha rilevato tutte le sue discrasie. Al centro dell’attenzione è finito in particolare un’intervista di Draghi rilasciata al Financial Times, in cui presentava come necessario l’incremento del debito pubblico drenando liquidità, per aiutare i Paesi dell’Eurozona ad affrontare la crisi dovuta al coronavirus, a profilare un’inversione di rotta dell’ex burocrate rispetto alla politica dell’austerity. Debito che oggi sembra chiaro che l’Italia dovrà ripagare tramite il Recovery Fund con i suoi prestiti con condizionalità capestro.

Per questo e per il suo passato di guru delle privatizzazioni che nel ’92, sul panfilo Britannia, smantellarono quell’ industria pubblica che fece assurgere l’Italia  a quarta potenza mondiale, e per essere stato il mandante, tramite la famosa lettera della BCE dell’ 8 agosto 2011, del colpo di stato a suon di spread che portò qualche mese dopo alle dimissioni del quarto governo Berlusconi, bisogna respingere con forza la possibilità di vedere Draghi al Quirinale. Pena una ulteriore subalternità dell’Italia a Bruxelles e ai poteri sovranazionali.

Riccardo Natale

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