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HardAlpiTour: l’edizione 2020 raccontata da uno dei partecipanti

HardAlpiTour: l’edizione 2020 raccontata da uno dei partecipanti

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Ecco com’è andata – dalle parole di un nostro insider – la dodicesima edizione della classicissima dell’adventouring

Eccoli qui, ancora loro, gli irriducibili della HAT.
Motociclisti fieri come spartani all’alba della battaglia delle Termopili si rosolano al sole di fine estate aggirandosi tra il paddock e gli stand di Sanremo, inebriati nella brezza salmastra della Riviera dei Fiori. Sono quelli che anno dopo anno, a inizio settembre, quando in spiaggia gli ombrelloni si diradano, convergono sulla costa ligure per sfidare la fatica e le insidie disseminate lungo i tre percorsi dell’evento più rilevante nel panorama dell’adventouring europeo, giunto alla sua dodicesima edizione.
Questo battaglione parla in realtà molte lingue e benché la HardAlpiTour si svolga in prevalenza su strade italiane (con una fugace capatina in territorio francese), gli italiani non sono sempre stati la maggioranza, segno inequivocabile dell’incredibile successo della manifestazione e del potere seduttivo che la stessa esercita sugli avventurieri di tutto il mondo.
 

LA TRIBU’ DEGLI “HATVENTURERS”
Passeggiando nel village – trasferitosi quest’anno (a causa delle restrizioni imposte dai protocolli sanitari) a Portosole, senza far rimpiangere la location degli anni precedenti – li osservo uno a uno da vicino. Coloratissimi nei loro completi tecnici, alcuni sfoggiano divise realizzate appositamente per l’evento; vestono tutti sorrisi amichevoli e scambiano volentieri due parole in inglese o in un esperanto improvvisato: l’importante è farsi capire. Per qualcuno è la prima HAT e nei loro sguardi c’è impazienza e curiosità in attesa di vivere un’esperienza, per ora, solo immaginata attraverso fotografie e racconti. Per altri invece è un ritorno. C’è chi non ha mai smesso di pensare a quelle montagne forse troppo fugacemente attraversate la volta scorsa o chi ha nutrito per un anno il desiderio di alzare l’asticella nella scala delle difficoltà e desidera mettersi alla prova sui percorsi più impegnativi.
I primi a schierarsi sono gli intrepidi partecipanti alla versione “Extreme”, che dal venerdì notte alla domenica affronteranno ben 920 km dei quali il 70% off-road. Qualcuno li chiamerebbe “invasati”, a me piace definirli gli “specialisti”. Cavalcano moto trasformate da mani esperte: alleggerite da tutto il superfluo, perlopiù modificate nelle carene, negli scarichi, nelle sospensioni, nella ciclistica e nella fanaleria, dove mille occhietti a led ti guardano, pronti a illuminare le due notti di guida che separano Sanremo da Sestriere; nessuno di questi piloti è capitato qui per caso. Al sabato mattina partiranno poi gli iscritti alle altre due categorie. La “Classic”, quella che eredita lo spirito originario della prima avventura da cui, dodici anni fa, tutto ebbe inizio: ventiquattro ore di guida non stop per coprire 580 km, di cui il 60% off-road; e la “Discovery”, quella col percorso più breve: “solo” 450 km di cui il 40% off-road, con licenza di dormire tra le due tappe.
Sono 14 le ragazze schierate al via: l’adventouring non è più (o non è mai stata) una disciplina per soli maschietti; quest’anno numero ristretto a 350 partenti in totale per non saturare i briefing pre-partenza e i 15 ristori distribuiti lungo i percorsi: in tempo di COVID l’organizzazione ha dovuto pensare anche a questo!
 

IL PARCO CHIUSO
Per ogni moto infinite strade alle spalle, storie e polvere da raccontare. Con alcune, soprattutto le “Extreme”, si potrebbe pensare di affrontare la Dakar o altri blasonati rally raid; è uno spettacolo anche solo vederle parcheggiate: maxi enduro bicilindriche, ma anche agili mono, equamente suddivise tra modelli recenti ed evergreen, tutte rigorosamente oltre i 150 kg. Qualcuna proviene addirittura dagli anni ’80: longeve Africa Twin non sfigurano affiancate alle omonime e ben più giovani eredi.
Immancabili le teutoniche GS declinate in ogni tipo di cubatura e geometria di motore, mentre le nuove Ténéré, dopo la lunga gestazione prima del lancio, sono ormai diventate una presenza fissa e accompagnano le arzille progenitrici. Si vedono anche le nuove V-Strom, tra cui spiccano le special firmate Stefan Hessler. E poi, rispondendo al richiamo ancestrale del fuoristrada, le austriache arancioni di ogni cilindrata più o meno recenti, accompagnate al ballo dalle svedesi “cugine acquisite”, tutte “pronte alla gara”, anche se qui la gara è solo un confronto interiore, perché la HAT la fai per divertirti, ma soprattutto per dimostrare a te stesso di poter arrivare fino in fondo, come l’amico Arnaud Amadieu, lo scorso anno iscritto alla Classic, quest’anno invece ha bucato ben tre volte durante la Extreme, riuscendo comunque a portare a Sestriere la sua splendida 690 del 2009, trasformata nelle forme e nella sostanza con un Kit Basel AG e tanta, ma proprio tanta, autentica passione.
Un lampo rosso, una RC600, mi procura un attacco di nostalgia, riportandomi indietro di circa trent’anni, forse il periodo esatto in cui iniziai a sognare avventure su due ruote. Quei sogni, adesso, sono divenuti tangibili, sia per me, sia per la moltitudine di centauri che mi circonda, ostinatamente intenzionati a emergere dal mare e marciare alla conquista della montagna, a opporsi al moto naturale dei fiumi, a barattare l’odore della salsedine con quello del bosco.
 

LA STRADA, I MITI E I SUOI EROI
Sulle strade della HardAlpiTour si è fatta la Storia, proprio quella con la S maiuscola. La carovana si snoda infatti su itinerari iconici letteralmente scolpiti nella roccia come la Via del Sale, antico transito commerciale e spartiacque alpino sul confine italo-francese, ma anche carrarecce militari dove non è raro imbattersi in antiche fortificazioni dal fascino cupo e misterioso e dalle quali mi sono sempre sentito irresistibilmente attratto. L’ultimo atto di quest’opera teatrale è la passerella finale sulla strada dell’Assietta: 30 km di sterrato facile, tutti sopra i 2000 metri lungo il suggestivo crinale montuoso tra la Val Chisone e la Val di Susa, praticamente una passeggiata defaticante dopo le infide pietraie del primo giorno.
Il personale ricordo più intenso di questa dodicesima edizione della HAT resterà l’inseguimento a Nicola Dutto nel mio vano tentativo (durato in realtà solo pochi tornanti), di tenerne il passo durante l’ascesa al Colle di Tenda. L’ex Campione Europeo e Italiano Baja – a seguito di un gravissimo incidente occorsogli nel 2010 – ha perso l’uso delle gambe, ma non ha mai smesso di correre su due ruote, affermandosi addirittura come primo pilota paraplegico su una moto nella storia della Dakar; lui che 12 anni fa era tra i 12 partenti della prima edizione della HAT, può a pieno titolo essere definito un eroe dello sport e un campione di umanità, perché eroi si diventa (mi conferma il vocabolario Treccani) al compimento di gesta prodigiose e al riconoscimento di meriti eccezionali: sua è la partecipazione più gradita tra tutti i nomi celebri del motorsport presenti quest’anno alla manifestazione.
Giunti al traguardo domenicale del piazzale Kandahar, dopo le foto rituali, gli abbracci e i saluti, cala infine il sipario anche sull’edizione 2020 della HardAlpiTour, la cui preparazione, già normalmente complicata dai ben noti contorsionismi della burocrazia italiana (e in parte anche francese), è stata ulteriormente gravata dalle restrizioni del periodo, costringendo l’organizzazione (un team composto da più di 50 persone), a una tortuosa serie di esercizi di equilibrismo, premiata poi dal rinnovato e pieno successo della tre giorni.
Torno a casa soddisfatto al termine della mia seconda Sanremo-Sestriere, portando con me nuove amicizie, un bagaglio di ricordi da riassaporare nei mesi a venire e un’accresciuta convinzione: la HAT è un’esperienza che qualunque motociclista dovrebbe provare, almeno una volta nella vita.
 

HardAlpiTour: l’edizione 2020 raccontata da uno dei partecipanti

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